la crisi energetica
Crisi energetica, "subito tetto al prezzo del gas". Il ministro Cingolani tuona contro gli aumenti
È stato un Roberto Cingolani più insistente che mai, quello intervenuto ieri all'Assemblea pubblica di Elettricità Futura a Roma. Il ministro per la Transizione ecologica è tornato sui temi più urgenti che da settimane sono nell'occhio del ciclone dei consumatori di tutta Italia, così come delle imprese e delle associazioni di categoria più colpite: il caro carburante e la sfida delle rinnovabili, ma soprattutto l'attuale prezzo del gas e le possibili soluzioni da implementare prima dell'inizio del prossimo autunno, che si prospetta piuttosto complicato.
«Qui le aziende chiudono e le famiglie sono in difficoltà non perché manchi realmente il gas, ma perché qualcuno dietro ad una tastiera ha deciso di alzare il prezzo, di dover farlo pagare di più. Bisogna porre un limite, noi abbiamo proposto un price cap. La proposta di un tetto massimo pian piano è uscita come l'unica soluzione sostenibile, bisogna evitare che qualcuno la mattina si alzi e stabilisca un prezzo folle, e penso che su questo punto otterremo qualcosa», ha detto il titolare del Mite, aggiungendo che «una seconda proposta che abbiamo fatto è quella di disaccoppiare la borsa termoelettrica da quella delle energie rinnovabili, affinché non ci sia una correlazione obbligata nell'aumento dei prezzi».
Già la settimana scorsa Cingolani in un Question time alla Camera dei deputati era intervenuto molto critico sul complicato rapporto che l'Italia ha avuto con le forniture di gas a cominciare dal 2000, affermando poi di voler rimettere piano al Pitesai, il piano nazionale che stabilisce dove si può estrarre e dove non è possibile. Andando a ritroso aveva rimproverato le politiche dei governi passati, che con l'illusione di abbracciare le rinnovabili e di non estrarre gas dal sottosuolo e dalle coste nostrane avrebbero reso l'Italia molto più dipendente dalla Russia. Provvedimenti che oggi sono i cittadini in primis a pagare caro.
Nel 2000 infatti il 22% del gas era prodotto da giacimenti italiani, poi è stato deciso di ridurre la produzione in ottica ambientale, ma il consumo non si è abbassato e l'Italia produce solamente il 3% del proprio gas, costretta così a dipendere dalle importazioni dall'estero. «Abbiamo sempre 76 miliardi di produzione, abbiamo ridotto il nostro gas perdendo posti di lavoro e comprandolo da fuori ci siamo tirati la zappa sui piedi». La ricetta è comunque chiara e già tracciata nonostante gli ostacoli sul sentiero della diversificazione siano numerosi. Il ministro ha detto che infatti il primo passo sarà «rimpiazzare 30 miliardi di metri cubi di gas con 25 miliardi, perché non vogliamo mollare sul programma della decarbonizzazione. I 5 miliardi che mancano, circa il 17%, ci consentiranno di accelerare con le rinnovabili a più non posso nell'ottica di un risparmio energetico».
La sfida principale resta però quella degli stoccaggi del gas. Il governo si era prefissato infatti di arrivare entro fino anno al 90%, ma l'obiettivo resta lontano dato che per il momento si è fermi a poco oltre il 54%. Il rischio gelo e blackout per il prossimo inverno è dietro l'angolo, ma Cingolani assicura: «Dobbiamo andare veloci, pensiamo a nuove garanzie per gli operatori, e liberiamoci dal gas in tempo reale».