finanza

Finanza, l'anomalia delle Generali dove la minoranza non ha voce

Andrea Giacobino

E' possibile che in una delle più importanti realtà finanziarie italiane le minoranze dei soci siano tenute fuori dalla stanza dei bottoni? È quello accaduto finora alle Assicurazioni Generali dopo che l’assemblea dei soci del 29 aprile scorso ha visto la vittoria della lista del consiglio d’amministrazione uscente spinta da Mediobanca con la nomine del presidente Andrea Sironi e la conferma dell’amministratore delegato Philippe Donnet. Sconfitta è stata la lista presentata da Francesco Gaetano Caltagirone, che sui 13 consiglieri ha piazzato solo 3 esponenti, lo stesso costruttore, editore e finanziere romano, Marina Brogi e Flavio Cattaneo.

Il delicato passaggio successivo di giovedì scorso era la nomina da parte del nuovo consiglio dei cosiddetti comitati endoconsiliari, cioè gruppi di alcuni consiglieri che esaminano i dossier prima che giungano all’attenzione dell’intero consiglio, svolgendo una importante funzione di istruttoria per evitare poi che il cda si paralizzi in estenuanti discussioni. Nel 2019, quando fu eletto l’ultimo consiglio, ne scaturirono 6 comitati e l’allora minoranza espressa dai fondi vide entrambi i suoi consiglieri presenti in alcuni di essi. Poiché invece all’assemblea di aprile scorso i fondi non hanno raggiunto il quorum per avere consiglieri, era legittimo aspettarsi che i 3 consiglieri dalla minoranza Caltagirone fossero presenti nei comitati.

  

Ciò non è avvenuto. Anzi, Caltagirone e i suoi si sono chiamati fuori dai 5 nuovi comitati eletti, composti solo da rappresentanti della maggioranza, con una occupazione «manu militari» di questo snodo fondamentale della corporate governance di Generali. Caltagirone s’è sfilato perché aveva chiesto che fosse mantenuto l’importante «comitato per le operazioni strategiche», peraltro già nominato nel 2019 quale pre-esame dei dossier portati dall’amministratore delegato e il cui mantenimento era pure stato raccomandato dal consiglio uscente. Invece a sorpresa il nuovo cda, pur in larga parte fotocopia del precedente, ha smentito tale approccio e ha ritenuto che di quel comitato non ci fosse bisogno e che le operazioni strategiche debbano passare al vaglio dell’intero consiglio, di fatto sancendo il venir meno di un’istruttoria sui dossier strategici di Donnet. Salvo poi comunicare, davanti alla richiesta di Caltagirone, che il comitato per le nomine e la corporate governance, presieduto da Sironi «predisporrà una proposta in merito».

Cosa accadrà ora? Saltato il comitato strategico e non ancora costituito quello per gli investimenti, è palese l’anomalia creatasi nel governo della più importante compagnia assicurativa italiana, dove la maggioranza ha eliminato dai comitati ogni voce contraria della minoranza. La Consob, che finora su tutte le tormentate vicende del Leone di Trieste ha assunto posizioni pilatesche, fa sapere di avere il dossier sul tavolo. «In Generali è opportuno superare la fase di antagonismo ed entrare in una fase di più stretta collaborazione per il bene della compagnia tra tutti gli attori». La frase è del vincente Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca, detta solo ventiquattr’ore prima del coup de theatre. C’è da sperare che, ora, alle parole seguano fatti più coerenti e che Generali ritrovi la pace fra tutti i soci di cui ha bisogno per crescere.