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Riforma fiscale, chi pagherà i tagli delle tasse e le promesse?

Pietro Bracco

Questa mattina sono andato a correre, che fa molto cool se non dico quanti km faccio. Ne percorro a sufficienza per (quasi) non sudare. Ma mi piace farlo perché mi fa riflettere, penso in libertà. Ascolto la musica. Mi soffermo su una strofa; parte la mente. «Il mio capo... si lamenta dice troppe tasse, devo licenziarti». Ripenso al convegno di un paio di giorni fa. Abbiamo discusso della riforma fiscale. C'erano interventi da rappresentanti della politica e delle professioni. Mi ha colpito il fatto che entrambi fossero concordi che la riforma avrebbe portato un incremento delle tasse su alcuni soggetti. L'esperto fiscale spiega come sia naturale che le tasse per qualcuno salgano.

Difatti, da un lato, la bozza di riforma prevede la riduzione del carico fiscale sul lavoro e, dall'altro, impone che non ci siano nuovi o maggiori oneri a carico dello Stato. In altri termini, se chiedi di meno a uno, devi far pagare di più un altro; il saldo deve essere sempre pari zero. Lo Stato non ci mette un euro. La parte politica si sofferma sull'abolizione dell'Irap. Ci spiega che la conseguente perdita di gettito sarà probabilmente compensata dall'aumento dell'Ires. Tra poco è il mio turno a parlare; vengo colto dalla stessa sensazione di quando ho tagliato la torta di matrimonio con mia moglie. Una bellissima montagna di bignè. Affondiamo il coltello che viene subito bloccato da una parte dura. I bignè sono attaccati a una cupola di cartone.

  

Guardo Elena e, con tono tra il sarcastico e il deluso, le dico: «Ci hanno fregati!». Mi propongo di concentrare l'intervento sulla disperata ricerca di chi viene fregato dalla riforma. Chi è quel poveretto a cui viene appioppata, a livello statistico, la digestione di mezzo pollo quando, nella realtà, tutto il pollo è stato mangiato da un altro. Potrei fare riferimento alla posizione di chi non accetta l'inserimento nel catasto del valore di mercato degli immobili e non accetta che i redditi da impiego di capitali siano tassati con un'unica aliquota, mentre ora lo sono con aliquote differenziate. No, non posso. Il politico ha detto che il catasto non c'entra nulla con la tassazione. Non voglio mettermi in polemica. Sono un tecnico. Devio il mio intervento sulla tempistica per l'entrata in vigore della riforma, facendo intendere che sono dubbioso sul fatto che si riuscirà a portarla a termine visto il cambio di Governo a inizio 2023; mi metto poi a ragionare su etica, rapporto tra cittadini e fisco, transizione energetica e così via. Insomma, butto la palla in tribuna. Continuo a correre cercando di rispondermi alla domanda su chi rimarrà con il cerino in mano; questo sì mi fa sudare, anche perché, da tecnico, ho serie perplessità su quello che noi fiscalisti chiamiamo difetto di delega. Intanto la canzone va avanti nelle orecchie: «Magiche le elezioni a fare promesse siamo i campioni... e allora sì propaganda, sì propaganda, non c'è più niente che mi manca; e allora sì propaganda, sì propaganda la risposta ad ogni tua domanda».