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L'accanimento contro Montagnier dimostra la necessità di ascoltarlo

Gianluigi Paragone

Sabato scorso abbiamo portato in piazza a Milano Luc Montagnier, premio Nobel della Medicina. Le sue tesi di medico e di ricercatore stanno facendo molto discutere e già questo dovrebbe di per sé confermare la necessità dello scienziato francese: se infatti non avesse più alcun peso, le sue parole non sarebbero né commentate né seguite. Invece l’affanno con cui si vorrebbe smontarlo fa capire il meccanismo della Propaganda.

Mi fa ridere che giornalisti generalisti, tuttologi, si possano permettere la patente di "fact checker" da una piattaforma come Facebook che poi fa scattare ammonimenti e censure. È semplicemente ridicolo e mi adopererò per una battaglia parlamentare affinché il diritto costituzionale di manifestare il proprio pensiero sia rispettato anche sulla piattaforma del signor Zuckemberg al netto delle verifiche fatte da giornalisti per conto di altri editori.

  

Torniamo però a Montagnier e alla campagna stampa condotta contro la sua persona in nome della...verità. Mai visto tanto accanimento, da qui una domanda: perché? E se i fatti di cui parla Montagnier fossero un buon punto di vista per capire cosa sta realmente accadendo? E se avesse ragione lui a parlare dei non vaccinati come una frontiera di studio per capire le distorsioni della campagna vaccinale? La scienza, quella vera, si nutre di dubbi e di questioni sempre da mettere a confronto. Anche una tesi che apparentemente può sovvertire le pseudo verità governative.

Io penso che Montagnier non solo stia stimolando la Medicina e la Scienza a sovvertire gli interessi delle multinazionali del Farmaco, ma ci aiuta a mettere in discussione il concetto ormai "sacrale" che viene dato al vaccino, sui cui risultati sono gli stessi cittadini a dubitare. Inizialmente il siero era stato presentato come il rimedio, anzi il solo rimedio finalizzato alla immunizzazione, l’arma vincente. Invece il vaccinato si è contagiato al pari dei non vaccinati. Gli infettati con terza dose sono tanti, tendono a crescere.

«Sì, ma non finiscono in terapia intensiva», dicono. Come se fosse un automatismo il fatto che l’ammalato di Covid debba finire in terapia intensiva. Così non è ma ormai il focus della propaganda si è dovuto spostare dai registri della immunizzazione a quelli della paura: vaccinatevi per non finire in terapia intensiva. E quindi giù con i numeri delle terapie intensive; numeri che tra l’altro l’ottimo Franco Bechis - almeno quelli presentati con le grafiche del governo - ha già avuto modo di smentire. Perché il governo deve far leva sulla paura? Semplice, per coprire le falsità, le fake, dette dal premier e da alcuni suoi ministri in conferenza stampa. Deve gettare acqua sul fuoco su circolari come Tachipirina e vigile attesa; deve far dimenticare che ha lasciato andare in giro col Green Pass vaccinati ormai fuori copertura.

C’è poi un altro elemento di analisi che andrebbe valutato: siamo sicuri che le persone che finiscono in terapia intensiva non arrivino lì perché la gestione della malattia viene sottovalutata già dal medico di base? E siamo sicuri che un diverso approccio terapeutico non potesse impedire l’accesso alla terapia intensiva? Ho parecchi dubbi. L’altro giorno, ripensando alle modalità di cura del professor Galli, mi sono domandato: una persona con tre dosi si ammala, dice di stare malissimo, e poi ammette di essere stato curato e guarito con le monoclonali. Quanti ammalati - vaccinati o meno - possono avere il trattamento del medico in forza al Sacco? Ecco, io sto vedendo tante convinzioni a senso unico iniziare a creparsi: le loro verità cominciano a essere mezze verità. Un po’ come i numeri che sparano sull’adesione delle manifestazioni quando lo scenario che hanno di fronte non piace loro.

Ps. Mentre noi litighiamo, in Gran Bretagna il Green Pass lo stanno levando. Noi invece parliamo di dad, superpass e ghettizzazione per i no vax, anche quelli finora punturati in attesa del richiamo.