braccio di ferro sulla riforma
Patto di stabilità, comincia la sfida nell'Ue con i Paesi "frugali"
Era facilmente prevedibile: all'informale riunione, tenuta venerdì a Lubiana, dei ministri finanziari dell'area dell'euro (e poi, sabato, di quelli dell'intera Unione) gli esponenti degli otto Paesi autodefinitisi «frugali» hanno inviato una nota con la quale anticipano la loro posizione sulla fine, a dicembre 2022, della sospensione dell'applicazione del Patto di stabilità. Essi si dicono contrari alla modifica del Trattato Ue; dunque, per loro, le regole di bilancio non vanno toccate. Semmai, si potrà agire sui tempi prescritti per avvicinarsi ai parametri fissati.
In questo senso, si potrà incidere su accordi intergovernativi, quali il Two pack, il Six pack e il Fiscal compact. In sostanza, si potrebbe rivedere la norma che stabilisce una riduzione annuale del debito del 5 per cento per la parte che supera il 60 per cento del rapporto con il Pil, ma, per il resto, insomma, «ceteris paribus», ivi compreso l'obbligo del pareggio di bilancio. Insomma, gli «8» hanno scelto la strada dell'ipocrisia, essendo chiaro che le regole oggi vigenti in materia sono irrealistiche e destinate ad essere ancora non osservate dagli Stati in questione.
In più, questi Paesi non si chiedono perché, nonostante i vincoli e i controlli comunitari, i debiti pubblici si sono accresciuti e non solo per quel che è accaduto con la pandemia. In sostanza, è la riproposizione della linea dei cerusici medievali: il salasso non faceva guarire il paziente, allora andava ripetuto, e così di seguito, fino a che l'ammalato crollava e moriva, ma non per la malattia, bensì per i salassi stessi. Ma i Paesi in questione, pur sapendo che ancora bisognerà verificare la posizione della Germania - che non figura tra gli «8», diversi dei quali, però, sono stati finora fedeli interpreti del suo pensiero - dopo le prossime elezioni politiche e, più in là, quella della Francia, nel 2022, hanno voluto tuttavia giocare d'anticipo, tentando di condizionare in qualche modo il dibattito che si aprirà su questo delicato argomento. L'ipotesi prospettata è minimale.
In primis, bisognerebbe, invece, riproporre la riforma del Patto, incidendo sul Trattato. Del resto, dopo le conclusioni, nei primi mesi del prossimo anno, della Conferenza sul futuro dell'Unione, la revisione del Trattato, per una serie di obiettivi, non dovrebbe essere un tabù. Se, però, non si consegue la necessaria unanimità, poiché tante volte è stata percorsa la strada degli accordi intergovernativi con «chi ci sta», allora, pur trattandosi di una scelta criticabile e contestata anche su queste pagine a proposito dell'Unione bancaria, tuttavia, se fosse la «extrema ratio», anziché subire l'«imposizione» degli «8», andrebbe seguita. Il 60 per cento del rapporto debito-Pil e il 3 per cento del rapporto deficit-Pil rispondono a visioni e realtà di trenta anni fa.
Oggi sono insostenibili e, dunque, bisognerebbe mettere mano a una nuova costituzione economica. Se non ci si riesce o si imbocca la via testé richiamata oppure, anche con accordi intergovernativi, si prevedono sostanziali deroghe. Poi occorre tener conto, in maniera vincolante, di fattori attenuanti, quali la ricchezza delle famiglie e il debito privato, nonché, «a contrario», di fattori da sanzionare, quale il superamento di limiti, da rafforzare, al surplus delle partite correnti della bilancia dei pagamenti (si veda il caso Germania): sono norme previste, ma all'acqua di rose, dal Fiscal compact e, quindi, andrebbero ristrutturate e rafforzate.