i tormenti di giuseppi

Prende la guida dei 5 Stelle. Perché Conte persevera negli errori

Luigi Bisignani

Caro direttore, se errare humanum est, perseverare è certamente la prerogativa di Giuseppi, il quale ha perpetrato l’ennesimo peccato di vanità e di presunzione, così giocandosi la possibilità in futuro di una terza vita nell’Amministrazione dello Stato come riserva della Repubblica.

Il canto delle sirene del palcoscenico è evidentemente troppo seducente per lui. L’ex presidente del Consiglio, infatti, anziché prendersi un periodo sabbatico per andare a caccia di clienti per una volta davvero suoi o inviare il suo nuovo curriculum vitae in qualche università internazionale per farsi finalmente prendere non solo come «visitor», si ributta nell’agone politico, cercando di farsi dare la guida dei grillini. Ma di quale area del Movimento 5 Stelle? Quella di Di Maio che, con la frangia più moderata della componente di Parole e Guerrieri, guarda verso il PPE; quella più filocomunista di Roberto Fico oppure quella delle varie Lezzi e Taverna o magari dello stesso Di Battista, il rivoluzionario zapatista senza esercito? Forse Conte non ha capito che il M5S ha perso consensi, anche per colpa della caduta libera di Casaleggio, oberato dai debiti, e della sua stessa reggenza a palazzo Chigi.

  

 

 

L’ex premier, dopo non esser riuscito a monetizzare quella spinta rivoluzionaria che aveva portato i Cinque Stelle alla clamorosa affermazione nelle ultime elezioni e aver utilizzato qualunque stratagemma pur di restare a galla, ora si illude che un’alleanza con un Pd in cerca di autore possa continuare a farlo navigare. Dimentica però che il «vaffa» più clamoroso gli è arrivato proprio dal Nazareno, oltre che dal Quirinale, dopo i messaggi di Angela Merkel che chiedeva una svolta vera nella guida del Governo italiano, incapace di gestire il Recovery Plan e la partita dei vaccini. Infatti, e purtroppo, l’attuale difficoltà nella campagna vaccinale, nella quale si è buttato con tutta la sua autorevolezza internazionale Mario Draghi, viene da lontano.

Ma facciamo un passo indietro, ripercorrendo le tappe e le mosse decisive delle altre superpotenze mondiali. Nell’aprile 2020 gli Stati Uniti mettono 10 miliardi sul tavolo al quale siedono anche le grandi case farmaceutiche coordinate da Anthony Fauci. La Germania, invece, si scoprirà che aveva già finanziato la tedesca Biontech, che fornisce a Pzifer la tecnologia ad RNA, e nel mese di settembre 2020 investe altri 445 milioni di dollari per la costruzione di siti produttivi (Bloomberg, novembre). Il governo inglese, nel frattempo, mette a disposizione cospicue risorse per AstraZeneca assieme alla IRBM di Pomezia, negozia i minimi dettagli delle consegne e finanzia, guarda caso, i siti produttivi. E l’Italia? Dopo le mille indecisioni "contiane", alla fine punta solo qualche milione sul vaccino di Reithera, sperimentato a pandemia avanzata con tecnologia simile ad AstraZeneca (quindi in ritardo). Eppure l’Italia vanta, e vantava già allora, stabilimenti produttivi tra i più avanzati al mondo: il tempo forse c’era, ma è stato perso a discutere e parlare a posteriori di cessioni di licenze e di brevetti. Si sa, peraltro, che senza il pieno supporto di chi i vaccini li ha sviluppati, le licenze non servono a molto. L’Italia di Conte e Casalino ha negoziato da cliente mentre gli altri paesi lo facevano da partner, e il Governo passato si è ben guardato dal seguire gli scenari prospettati dall’EMA. Alla fine, il rimorso maggiore di Conte sarà l’inadeguatezza del suo piano vaccinale: i dati ufficiali dicono che, a venerdì, l’Italia aveva circa 6 milioni dosi consegnate: di queste ne sono state inoculate circa 4,05 milioni e NON inoculate 1,8 milioni (come anche confermato dal sito dell’ISS). Un bilancio che lascia basiti.

 

 

Ma di certo il professor Conte non parlerà di questi errori clamorosi nelle sue lezioni a Firenze, troppo preso dal suo imminente debutto sulla scena politica. Chissà se capirà che l’unico spazio disponibile è quello al centro, dove però già si pongono i veri vincitori di questa crisi, Renzi e Salvini, due veri animali politici. Il primo, disarcionando Conte è politicamente tornato in auge; il secondo ha spostato completamente l’asse della Lega al centro, in direzione Europa, mettendo così in un angolo l’ostracismo del Quirinale verso di lui. I due, insieme, lo sbraneranno.

Alzando lo sguardo sta tutta qui la differenza, con Forza Italia che, ridotta a brandelli, non potrà che federarsi portando in dote la sua storica appartenenza alla famiglia del PPE, come ripete quella vecchia volpe di Gianfranco Rotondi. E in questo nuovo gruppo ci sarà spazio anche per quei moderati del Pd, i Guerini, i Margiotta, i Lotti, gli Zanda, i Gentiloni, che con i neocomunisti alla Orlando e alla Mazzucato non hanno nulla a che spartire. «Attendere e sperare», professava Alexandre Dumas nel Conte di Montecristo. Forse funziona anche con la politica.