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Governo, Draghi in Parlamento: parli agli italiani più che ai mercati

Franco Bechis

Alle 10 di questa mattina Mario Draghi esordirà in un compito che non ha mai avuto prima: parlare agli italiani. Formalmente spiegherà il suo programma di governo al Parlamento per averne la fiducia. Ma non è a quei cuori che è necessario parlare: il premier sa già di avere i numeri necessari a governare con percentuali che prima di lui ha raggiunto soltanto Mario Monti in una situazione forse più drammatica di quella di queste ore. Chi meglio lo conosce ha previsto un discorso breve e sostanziale, come quelli che faceva da Governatore della Banca di Italia o alla guida della Bce. Certo, davanti a sé Draghi ha anche l'esigenza di parlare come allora ai grandi capi della comunità europea che devono aprire quel borsellino da 209 miliardi del Recovery Fund, e vorrà parlare anche i mercati che lo stanno sentendo anche senza che apra bocca, perché già lo conoscono. Sarebbe un errore però guardare solo a loro e limitarsi a un discorso che avrebbe potuto pronunciare in uno qualsiasi dei suoi precedenti incarichi.

Draghi è arrivato a Palazzo Chigi sulle ali di una stima generale e conquistando un patrimonio di fiducia preventiva che pochi altri avrebbero potuto vantare. Ma da quel momento è diventato l'uomo alla guida di un Paese e del popolo che lo costituisce, e a quello deve guardare ora. E' agli italiani che il premier deve parlare come non ha fatto nelle sue prime 48 ora in sella, quando Roberto Speranza ha improvvisamente chiuso le serrande del turismo invernale e un altro ministro, Massimo Garavaglia, ha attaccato la scelta con durezza difendendo gli operatori del settore. Se Draghi non parlerà agli italiani, lo faranno ciascuno per conto suo quei politici che affollano oltre ogni previsione il governo da lui guidato. C'è bisogno della parola del premier, e di un orizzonte da offrire a un popolo piegato e smarrito dall'ultimo anno che ha vissuto. Ci si trova davanti all'incubo di un film che possa tornare in onda come nel marzo dell'anno scorso: le varianti del virus, i vaccini che tardano, le cure che possono essere inefficaci, la vita pubblica a privata che rischia ancora una volta di bloccarsi. Chi guida ora il Paese deve sapere parlare a quelle paure, prenderle per mano, fare vedere una via di uscita e non l'incubo che martellano fin troppi esperti e tecnici che parlano in libertà. Tutto può fare Draghi meno quello che per indole sceglierebbe: il silenzio, convinto che parleranno i fatti. Sui mercati magari funziona. In politica no: bisogna correre il rischio della parola, sapere riempire il lungo tempo vuoto che inevitabilmente correrà fra ora e i primi fatti. Sapendo pure che questi fatti non parlano da sé, perché tali potrebbero sembrare ad alcuni e assai diversi ad altri occhi o prospettive. Comunicare non è uno sfizio di leader populisti: rassicura, accompagna, talvolta divide, ma lo deve fare chi ha in mano le redini di un paese, e quindi la vita di tutti i cittadini.

  

Fin qui Draghi non ha svoltato un granché rispetto a quello che si è visto prima: la squadra di governo è di quelle viste tante volte, sia pure con qualche eccezione (ma c'erano anche in governi precedenti). Gli staff che si stanno componendo seguono la più antica delle consuetudini di palazzo, si rischia che anche le decisioni più importanti restino nelle stesse mani che certo le hanno gestite senza grandi successi, come potrebbero essere quelle di Domenico Arcuri. Evidentemente il premier si fida molto di se stesso e della sua determinazione, da non avere bisogno di rivoluzionare gli eserciti di collaboratori. Se è lui il valore aggiunto, lo faccia sentire senza timori. E da oggi parli più che può agli italiani.