la crisi
Crisi di governo, la metamorfosi grillina e la paura (infondata) delle elezioni anticipate
Dopo lo strappo consumato all'interno della maggioranza rossogialla, con il ritiro della delegazione di Italia Viva dal governo, il premier Conte dovrebbe prendere atto della sfiducia che lo assedia, recandosi al Quirinale per consegnare le dimissioni nelle mani sagge del presidente Sergio Mattarella. Se Conte, invece, pensa di fare scouting, reclutando qualche senatore insignito del salvifico distintivo di "responsabile", per racimolare una maggioranza raccogliticcia, certificherebbe di ignorare le liturgie della politica. La sua sarebbe una miope prova di forza muscolare che, seppure dovesse generare una maggioranza stentata, fragile e agonizzante con l'ausilio del reduce della prima repubblica, Clemente Mastella, aggraverebbe il quadro di incertezza del Paese, provocando la prevedibile irritazione del Capo dello Stato.
Dopo il Conte 1 e la sua antitesi, il Conte 2, non è ammessa la sintesi hegeliana fra le due esperienze. Il Paese, che è precipitato nel vortice di un dramma economico e sociale, non può permettersi di perpetuare un'anomalia politica. Al netto della teatralizzazione mediatica e della polarizzazione delle opposte tifoserie, dallo strappo di Renzi è emersa la paura che possa materializzarsi la fine anticipata della legislatura con il ritorno alle urne. Come interpretare, sennò, la posizione dell'Elevato Grillo in favore di un governo di unità nazionale? Il camaleontismo dei 5 Stelle non conosce pause in un percorso mutante che ne ha deformato le origini barricadere. Ieri Grillo voleva aprire il Parlamento come una scatola di tonno, mentre oggi lo vuole sigillare con il mastice del tanto vituperato compromesso. Agli esordi del loro attivismo politico, i grillini si presentarono come nerboruti buttafuori pronti a sgomberare il Palazzo degli occupanti, a loro dire, abusivi, ma il messaggio "papale" di Grillo li trasforma a malleabili buttadentro pur di conservare i privilegi del potere.
La democrazia parlamentare autorizza a dare continuità alla legislatura qualora si delinei una maggioranza in grado di esprimere un chiaro indirizzo politico. Ad oggi non esistono i numeri per identificare una maggioranza coesa che conferisca stabilità al Paese. Tale scenario di precarietà può essere superato attraverso il passaggio elettorale.
Sulle elezioni vige un incomprensibile tabù, si usa l'alibi dell'emergenza sanitaria per interdire l'esercizio del voto democratico. Tuttavia, i cittadini, così come si recano ai centri commerciali per fare shopping, rispettando il distanziamento e indossando i dispositivi di protezione individuali, possono con la stessa precauzione frequentare i seggi elettorali. Sarebbe anomalo permettere al cittadino di essere consumatore ma non elettore? La cabina-prova di un negozio, dove si esercita la sovranità estetica del cittadino, vale più della cabina elettorale in cui si esercita la sovranità democratica? Eppure nel 2021 si vota il 24 gennaio per eleggere il presidente della Repubblica in Portogallo, in primavera per le elezioni presidenziali in Kosovo, il 12 febbraio per il rinnovo del Parlamento in Catalogna. E ancora, in Bulgaria ci sarà un duplice appuntamento elettorale, sia per elezioni parlamentari in primavera che per le presidenziali in autunno, in Olanda le elezioni legislative si terranno il 17 marzo, in Albania si vota il 25 aprile, nel Regno Unito il 6 maggio sono chiamate al voto la Scozia, il Galles e la città di Londra, il 23 maggio le urne saranno aperte a Cipro.
A settembre toccherà alla Norvegia, all'Islanda e alla Russia mobilitare la partecipazione elettorale. Senza dimenticare le votazioni tedesche del 26 settembre, che inaugureranno la stagione post Angela Merkel, e le elezioni parlamentari del 15 e 16 ottobre nella Repubblica Ceca. Insomma il voto può convivere con il virus dimostrando che i promotori del veto sulla cerimonia elettorale, per motivi di salvaguardia della salute pubblica, si appellano ad un pretesto infondato che si traduce in una sorta di barbiturico democratico che non trova corrispondenza nelle altre democrazie.