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Conte a lezione di democrazia. Così Zanda gli spiega la Costituzione

Francesco Storace

L’opposizione c’è. Ma almeno in un caso l’ha rappresentata al meglio Luigi Zanda. Certo, più con parole pesanti come macigni, che con i fatti visto che il senatore comunque resta inchiavardato nel Pd. Ma almeno dice quel che va detto.

Santa madre Costituzione attribuisce il processo legislativo anzitutto al Parlamento. In realtà, ormai è tutto nelle mani del governo. Se una cosa del genere la dicesse – e la dicono – un qualsiasi esponente dell’opposizione, oggi come oggi apparterrebbe alla triste normalità di un tempo senza politica.

  

Se a dirla è un parlamentare di maggioranza possono accadere due cose: viene giù tutto. Oppure se ne nasconde l’intervento. È accaduta la seconda. Perché si tratta di una denuncia a tutto tondo di un andazzo pericolosissimo per la Repubblica.

Luigi Zanda, che di Costituzione mastica a pranzo e cena, è uno dei pochi esponenti del Pd a guadagnarsi gli applausi (interessati) di Matteo Renzi. Perché certo le sue parole dei giorni scorsi nell’Aula del Senato, sono state decisamente indigeste per stomaco di Giuseppe Conte. L’uomo che vuole governare senza regole.

Proprio Renzi ha commentato così l’intervento di Zanda sulla fiducia di fine anno al governo: «Dal rispetto delle forme democratiche deriva la credibilità della istituzioni che in questo momento rischiano di essere messe in discussione».

Ed è proprio qui il centro dell’intervento pronunciato da Zanda in Senato. A partire dai tempi parlamentari con cui è stato «consentito» di discutere sui soldi degli italiani: «Il disegno di legge di bilancio è stato esaminato e approvato dalla Camera dei deputati, mentre il Senato ha concentrato il suo intervento nello spazio ridotto di poche ore». Una giornata sola per il provvedimento più importante dell’anno è qualcosa di cui resta difficile capacitarsi. 
«Non sarebbe ragionevole – ha detto il senatore del Pd - rimuovere un vulnus obiettivo che non possiamo, né dobbiamo considerare un momento ordinario della vita delle istituzioni».

Che fare dunque? Ci sono due strade che si possono seguire, una alternativa all’altra: «Cambiare il bicameralismo paritario, rafforzare, in una visione bipolare, la stabilità del Governo e il sistema delle garanzie può aiutare l’Italia a essere più libera, più forte, più prospera; ma ottenere un nuovo equilibrio tra i poteri dello Stato in via di fatto, operando per prassi e non attraverso le procedure costituzionali, espone a rischi consistenti la nostra democrazia perché non sappiamo come questi precedenti potranno essere usati in futuro».

Facile immaginare quale tra i due sia il modello preferito e perseguito dal presidente del Consiglio. Anche se onestamente Zanda ha attribuito questa prassi agli ultimi governi e non solo all’attuale. Che magari ha discretamente abusato quanto a Dpcm...

E comunque un discorso che non fa una grinza, soprattutto nella parte più profonda, dove Zanda ha affondato decisamente la lama: «La Costituzione vuole che le due Camere partecipino a pari diritto non solo all’approvazione finale degli atti legislativi, ma anche alla loro elaborazione in Commissione e in Aula, e violare questo principio è un vulnus che non si può ripetere. Egualmente non possono valere come precedente le eccezionali modalità con le quali è stato approvato il decreto legge sui cosiddetti ristori. In quel provvedimento, oltre alle note criticità di tutti i maxiemendamenti, sono stati inseriti i contenuti di quattro decreti legge attraverso la loro trasformazione in emendamenti al testo finale».

E la spiegazione di un dissenso che è profondo c’è tutta: «Non sappiamo come la dottrina e la giurisprudenza classificheranno questa innovazione, ma ogni decreto legge è un provvedimento a sé stante, che poggia su propri specifici requisiti di necessità e urgenza. Metterli insieme in un’unica legge di conversione è una forzatura ardita, certamente rischiosa per il precedente che può determinare».

Da applausi la stessa conclusione dell’esponente dela maggioranza parlamentare: «Giorni fa – lo aveva sostenuto Mario Draghi e chissà quanto avrà gradito la citazione della frase Giuseppe Conte - è stato ricordato che il debito pubblico può essere buono, se indirizzato verso spese produttive, ma può essere cattivo, se sprecato alla ricerca del consenso. Uguale sorte può toccare alle riforme modernizzatrici di cui abbiamo un grande bisogno, ma che, come il debito, possono essere riforme buone o meno buone: sono buone le riforme approvate dal Parlamento secondo le regole della Costituzione; sono fragili e rischiose le riforme adottate in via di fatto per prassi, emergenza dopo emergenza, in un piano inclinato di cui è difficile vedere l’esito finale». 

In un paese serio queste parole – autentiche pietre - meriterebbero una discussione a sé. In Italia no. Indovinare perché.