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Il piano di Conte diventa un rebus

Manuel Fondato

È sul Recovery Fund, sulla sua gestione, sull’efficacia del suo utilizzo, che il governo giallorosso si gioca la propria sopravvivenza politica. Questo lo sa bene il premier Giuseppe Conte, che ha provveduto a far recapitare alla maggioranza una bozza del documento contenente i 52 progetti elencati nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, che corrispondono ai 196 miliardi di euro del Recovery Fund.

Al momento sembra più una sorta di specchietto per le allodole, con progetti in alcuni casi più vaghi e fumosi di quelli degli altri Paesi, su cui sarà necessario un processo di sfoltimento, come ha annunciato lo stesso Conte, che, tradotto dal politichese, sta a significare che la trattativa tra le forze politiche che lo sostengono è ancora apertissima e la situazione molto liquida. «È inutile distribuire le risorse su tantissimi progetti, forse 52 sono troppi - le parole del presidente del Consiglio - Non possiamo permetterci di ritardare. Per questo ho invitato tutte le delegazioni di maggioranza ad affrettare l’esame della documentazione e ritrovarci entro Capodanno per trovare la necessaria sintesi. Dobbiamo andare avanti e non dobbiamo indugiare oltre. Ora dobbiamo correre e ci deve essere la sintesi finale».

  

Tanti gli scogli da superare, a partire dal tema più spigoloso: i fondi sulla sanità. Al momento Conte attesta a 15 miliardi di partenza i fondi destinati, considerando i tanti progetti già individuati. Troppo pochi per alcuni esponenti della maggioranza, che continuano a spingere sul Mes, trovando ancora una volta una fredda reazione del premier. «Se attivarlo o meno è prerogativa del Parlamento. I 36 miliardi ci porterebbero ad accumulare deficit, quindi ricadrebbero sul debito pubblico. Se noi li intendessimo come spese aggiuntive per la sanità lasceremmo un fardello non da poco alle prossime generazioni. Non possiamo lasciare un debito fuori controllo alle generazioni future».

Anche il tema superbonus al 110% non sembra definito, nella bozza del Recovery plan si parla di estensione «solo» fino al 2022, ma da tempo il Movimento Cinque stelle insiste per poter arrivare a tutto il 2023, confidando di potercela fare proprio grazie ai fondi europei.

Resta una spina nel fianco la governance del fondo, che sarà centrale nel dibattito ai tavoli di maggioranza, e della sicurezza, con la prevista nascita di un «Centro nazionale di ricerca e sviluppo per la cybersecurity». Dei 196 miliardi a disposizione, i progetti individuati al momento ne impiegano esattamente 195,9 miliardi. Sono stati ripartiti in sei macroaree: 48,7 miliardi al capitolo digitalizzazione e innovazione, 74,3 miliardi al capitolo dedicato all’ambiente e al Green New Deal, 27,8 destinati alle Infrastrutture e alla mobilità sostenibile. E ancora 19,1 miliardi per Istruzione e Ricerca, che prevede, tra le altre cose, aumento del 20% delle borse di studio universitarie e alloggi per studenti fuori sede. Leggermente inferiore il finanziamento destinato alla Parità di genere, che comprende anche l’aumento del 55% dei posti negli asili nido, con 17,1 miliardi. Ultimo posto per la Sanità, a cui vengono destinati «solo» 9 miliardi con l’obiettivo principale di migliorare l’assistenza ai pazienti e la rete territoriale.

Tra i 52 progetti della bozza, il più corposo riguarda la Transizione 4.0 (24,8 miliardi), seguito dal Superbonus (22,4 miliardi) e dall’efficientamento degli edifici pubblici (17,71 miliardi). L’esecutivo ha previsto 21,7 miliardi per le opere ferroviarie e per la mobilità e connessione veloce del Paese, 8,68 miliardi, per le energie rinnovabili, 4 miliardi e mezzo per l’economia circolare e altrettanti verranno stanziati a sostegno dell’occupazione femminile, conciliazione vita-lavoro e asili nido. Infine sono previsti 2 miliardi a scuola 4.0 con lo scopo di implementare la digitalizzazione scolastica.