l'italia al voto

Election day, urne aperte: Giuseppe Conte e Nicola Zingaretti si giocano tutto

Carlo Solimene

Ufficialmente hanno stretto un patto affinché nulla cambi pure se tutto dovesse cambiare. Ma Nicola Zingaretti e Giuseppe Conte sanno benissimo che se l’esito delle Regionali dovesse rivelarsi nefasto per la maggioranza di governo le loro posizioni di segretario del Pd e presidente del Consiglio sarebbero quelle più a rischio. Ed è anche per questo che, col passare delle settimane, a poco a poco la linea di galleggiamento per distinguere tra vittoria e sconfitta è stata via via abbassata. Assodato che confermare le quattro Regioni in mano al centrosinistra tra le sei al voto è sembrato fin dall’inizio un’utopia, si è passati dal considerare accettabile un pareggio - 3 a 3 - al ritenere tutto sommato sufficiente persino un 4 a 2 per il centrodestra. A patto, naturalmente, che tra le due Regioni superstiti ci sia lei, la rossa Toscana.

È soprattutto tra la riviera livornese e i colli senesi, tra le testimonianze storiche fiorentine e i capannoni industriali di Prato che si gioca una parte del destino del governo. Da giorni gli strateghi del Pd si arrovellano in calcoli sempre più complicati: «Se vinciamo di una ventina di punti a Firenze, se teniamo bene a Livorno, allora è fatta». Ma la verità è che mai come oggi lo storico fortino rosso è stato a rischio. Colpa soprattutto di un candidato, Eugenio Giani, che non ha scaldato i cuori dei toscani. E merito di un centrodestra che non ha ripetuto gli errori del passato. Una candidata radicata nel territorio, Susanna Ceccardi e una campagna assai più «moderata» di quella condotta in Emilia Romagna, senza «citofonate» né chiamate alla «liberazione» né lanci col paracadute come pure si era ipotizzato, a un tratto, per Matteo Salvini.

  

Se dovesse concretizzarsi il sorpasso leghista nella culla del comunismo partirebbe un domino che porterebbe alla resa dei conti nel Pd e inevitabilmente coinvolgerebbe anche il governo. Di certo non per iniziativa del Capo dello Stato - impossibile rimandare il Paese al voto nel bel mezzo della partita del Recovery Fund - ma perché difficilmente Conte potrebbe reggere allo sfaldarsi della sua maggioranza. Un liberi tutti che, più che in uno strappo ufficiale, potrebbe concretizzarsi in un incidente parlamentare. E portare a una slavina che si infrangerebbe solo contro un governo tecnico di non facilissima genesi.

Certo, poi ci sono le altre partite. La Campania che con ogni probabilità terrà (ma Vincenzo De Luca fa storia a sè, è tutto fuorché zingarettiano e contiano), la Puglia che si aggrappa alla speranziella del voto disgiunto dei Cinquestelle per Emiliano (ma Di Battista, a chi gli chiedeva di turarsi il naso, ha replicato che «il seggio non è mica un cesso...»), le Marche dove il segretario è andato a combattere fino alla fine, altra roccaforte storica in procinto di cambiare bandiera. C’è, soprattutto, il referendum sul taglio ai parlamentari che, a meno di sorprese, confermerà la riforma cara a Di Maio. Ma quella resterà una vittoria dei Cinquestelle, nonostante Zingaretti abbia fatto ingoiare la scelta del sì a un partito riottoso e Giuseppe Conte, assente nella campagna per le Regionali, si sia furbamente esposto solo su questo voto.

Tutto sfondo, in realtà. La partita che conta, l’Ohio italiano, stavolta sarà la Toscana e il pugno di voti che dividerà Zingaretti dal successo - conquistato combattendo da solo, di questo gli va dato atto - e la sconfitta, con il governatore emiliano Stefano Bonaccini che già si scalda per sostituirlo al vertice del partito.

In quanto al centrodestra, vive la vigilia del voto con uno stato d’animo assai più rilassato. Se Giorgia Meloni ha dal voto tutto da guadagnare - Fratelli d’Italia non amministra nessuna delle Regioni alle urne e potrebbe conquistarne due - è Salvini l’unico che ha qualcosuccia da perdere. Se non dovesse espugnare la Toscana e se in Veneto Luca Zaia dovesse raccogliere con la sua lista più voti rispetto al Carroccio, la sfida per la leadership potrebbe riaccendersi. Ma resterà comunque difficile mettere in discussione il segretario che ha portatoil partito dal 3 al 30%.

Resta la Liguria, la Regione dove si registra un altro paradosso. L’unica elezione in cui Pd e 5 stelle sono riusciti a individuare un candidato comune è un’altra di quelle in cui la sconfitta è data quasi per scontata. In tutte le altre, la spaccatura tra alleati di governo potrebbe rivelarsi decisiva nel determinare la disfatta. Con i piddini a leccarsi le ferite e a sputare veleno sui Cinquestelle. Che, dal canto loro, almeno si potranno consolare con il sì al taglio dei parlametari. Prima di realizzare che, proprio a causa del referendum tre quarti di loro non rivedranno il Palazzo. Quando si dice una vittoria di Pirro.