i guai del nazareno

Il Pd deve ancora partire ma è già nel vicolo cieco

Alessandro Giuli

C’è più d’una buona ragione per non disperare, di fronte alla notizia che Virginia Raggi intende ricandidarsi per la corsa al Campidoglio prevista per l’anno prossimo. La prima è che il Movimento 5 Stelle andrà incontro a una batosta senza precedenti nella città che nel 2016 aveva inaugurato la scalata dei grillini al governo nazionale. Una forma patologica di ostinazione e di scollamento dalla realtà induce oggi i vertici pentastellati a derogare dalla norma che sancisce il limite dei due mandati; e proprio a beneficio della figura peggiore espressa nella giovane storia del Movimento. Da Genova, Jocker-Grillo ha «vistato» l’operazione Raggi bis con un post su Facebook che li ritrae entrambi sotto un romanissimo «Daje!». Ecco, qualora ve ne fosse stato bisogno, la prova regina della sterzata verticistica e monocratica della creatura concepita nella Casaleggio Associati. «Col terzo mandato crolla definitivamente il progetto 5S, Casaleggio senior fu profetico», è uno dei più teneri commenti online postato dagli ingenui militanti nostalgici di una purezza tutta chiacchiere e manette. È verosimile immaginare che nel 2021 il verdetto della Capitale sancirà al tempo stesso la bocciatura fragorosa della Raggi e la sopraggiunta dissoluzione di un grande equivoco populista: dalla culla alla tomba del potere.

C’è poi da considerare che il Partito democratico vive con forte imbarazzo la situazione. A meno di clamorosi testacoda, il partito guidato da Nicola Zingaretti proporrà un candidato domestico scelto nella solita nomenclatura salottiera, piaciona e oligarchica del centro storico. Ma così facendo dimostrerà plasticamente l’impossibilità di stabilire un rapporto organico e di prospettiva con i Cinque stelle e soprattutto rischierà di mancare il bersaglio. Con un duplice scenario in vista: i grillini verranno estromessi dal ballottaggio e saranno costretti a convergere più o meno tacitamente sul nome del Pd (è ipotesi più probabile); ovvero, se la sindaca uscente dovesse attivare al secondo turno contro ogni previsione, gli elettori democratici vivranno il lacerante psicodramma di dover scegliere se consegnare la città all’opposizione nazional-conservatrice oppure turarsi il naso a beneficio della lunatica e maltollerata Virginia.

  

 

 

 

Si avverte oltretutto una sorta di scoramento preventivo che serpeggia a sinistra, dove Enrico Letta si nasconde e fa gli scongiuri piuttosto che adeguarsi alla narrativa che lo vuole fortemente indiziato come candidato sindaco. Idem per David Sassoli, attuale presidente dell’Europarlamento per conto del Pd, spesso chiamato in causa per il Campidoglio. A conti fatti, il Pd ha già sacrificato Ignazio Marino sull’altare delle guerriglie civili fra correnti interne e la vicenda dell’avulso medico in bicicletta rappresenta uno spauracchio ancora sensibile per l’intera classe dirigente romana.

Infine, una cupa ombra d’irredimibilità grava sull’Urbe ed è forse questo l’aspetto più inquietante. Negli ultimi anni si è consolidato il timore che fare il sindaco di Roma sia peggio che impossibile: inutile. Errore blu. Perché Roma non è stata (soltanto) malgovernata dalla sinistra e dai grillini: è stata letteralmente abbandonata come un giardino incolto e inselvatichito, sporcata dall’incuria pubblica e privata, mortificata dai cattivi esempi, deprivata di una visione strategica di lungo periodo che non soggiacesse ai diktat settari e giacobini personificati dalla Raggi e dalla sua gente. In altre parole: chiunque giungerà ai vertici del Campidoglio non potrà fare peggio di lei, poiché troverà una città precipitata nel medioevo, autogestita da cittadini diseducati al civismo nella più totale assenza di servizi adeguati. L’ennesima autocombustione dei bus che ha accolto come un cattivo presagio l’autoricandidatura della Raggi sta lì a mostrarci le tenebre dalle quali il nuovo sindaco dovrà trarre in salvo la Capitale. In apparenza è un’impresa titanica, nella sostanza si tratterà di creare un nuovo ordine dal caos vigente. Un lavoro per tecnici esperti o per politici non improvvisati, purché devoti all’eterna bellezza romana oggi vilipesa e capaci di rivolgere agli elettori un discorso di verità: Roma va rifondata, ripensata, amata e consegnata nelle mani di un’intelligencija operosa, entusiasta, illuminata e dotata di poteri speciali. Si può fare, si deve fare.