il futuro del campidoglio

Sotto a chi tocca

Francesco Storace

Se non sarà lei, sarà uno scelto da lei. Se c’è una ragionevole certezza, stavolta toccherà a Giorgia Meloni. Candidarsi a sindaco? Magari, ma non pare questa l’aria dalle sue parti. Anche se stravincerebbe. Ma la leader di Fratelli d’Italia ora ha in testa un progetto politico più ampio e punta più in alto. Alle ultime comunali del 2016 la coalizione di centrodestra non fu compatta. Ci furono troppe candidature prima della sua, con i nomi più diversi. E la spaccatura arrivò anche perché si perse troppo tempo ora nel discutere ora nel porre veti. Più che rivangare quel triste periodo, conviene farne tesoro: anche perché dall’elezione diretta del sindaco in poi quella fu l’unica volta che a contendersi il Campidoglio al ballottaggio non ci arrivò la destra, dal 1993 in avanti protagonista orgogliosa di grandi battaglie popolari. Ma in quel 2016 della Raggi nacque anche una leader autentica, proprio Giorgia Meloni. Alle comunali di Roma dimostrò tempra e capacità di consenso. Diventò – da quel voto in poi – l’unica leader spendibile per una destra italiana che faticava a riorganizzarsi dopo una diaspora infinita seguita ai percorsi incomprensibili di Gianfranco Fini (che non ha comunque tutte le colpe del mondo, perché in tanti crebbero politicamente a colpi di ossequiosi sissignore).

 

  

 

 

Ora, la leadership della Meloni è un fatto politicamente sostanziale. È l’unica leader politica che aumenterà i propri parlamentari nonostante il taglio prossimo venturo. È l’unica leader in crescita costante nei sondaggi e in ogni elezione. È pulita e anche per questo molti romani la vorrebbero come loro sindaco. È una donna che studia e non improvvisa, ama la politica e detesta l’ipocrisia, incanta e non stanca. In tantissimi e non solo da destra le aprirebbero volentieri le porte del Campidoglio. In questa condizione – invidiabile ma anche terribile – sarà inevitabilmente lei ad avere la prima e l’ultima parola sulla candidatura a sindaco della Capitale. Paradossalmente potrebbe anche essere scelto l’esponente di un altro partito della coalizione – risparmiateci la «società civile», se potete – ma nessuno potrà competere senza il consenso di Giorgia Meloni. Guai se a Roma pensassero di dover decidere altri. Certo, ci sarà la solita manfrina, ma il copione questo sarà. Quindi meglio evitare sceneggiate tipo «corro da solo». Inutile.

In queste ore si ulula contro Virginia Raggi, ma non serve. La sindaca in carica non ha una sola possibilità di vittoria nella città che il suo mentore Beppe Grillo ha mortificato indicandola come «fogna». Ma deve restare in corsa, perché da una parte è giusto che la Raggi si sottoponga al giudizio dei romani; e dall’altra non si capisce perché si debba favorire sin dal primo turno un’alleanza tra i grillini e quel Pd che pur di levarsela di torno manderebbero volentieri Virginia a fare il sottosegretario ai sogni di gloria. Meglio, molto meglio, concentrare le prossime ore, non giorni, non settimane, non mesi (!), a scegliere la persona adatta. Presto, prima che si manifestino gli appetiti di quattro anni orsono; prima che si formino squadre di appetitosi volontari aspiranti alla sconfitta. Nel centrodestra, invece, per ora l’attenzione sembra tutta rivolta alle regionali di settembre. Altrove. Le veline che filtrano nelle redazioni e rimbalzano sui mass media, segnalano che il dossier Roma 2021 sarà esaminato da Meloni, ovviamente assieme a Matteo Salvini e Antonio Tajani per Silvio Berlusconi, solo dopo quel voto. Possiamo chiedervi di non far passare Ferragosto? O il mese? E nemmeno settembre, perché siamo terrorizzati dallo slittamento a data da destinarsi di una scelta da fare subito? Vi rendete conto, ad esempio, che il prossimo sarà il sindaco del Giubileo 2025, con una vetrina mondiale?

Considerate Roma come se fosse la Capitale. La vostra Capitale. Conferitele il potere speciale di una decisione rivolta esclusivamente a lei, la Città Eterna, che stavolta merita molto più attenzione del passato. Serve un candidato che sappia essere umile verso una città ferita dal malgoverno e dall’arroganza. Che sia in grado, al ballottaggio contro gli apparati in rotta della sinistra e dei Cinque stelle, di raccontare il domani di Roma. Basta parlare della Raggi, ma si indichi il futuro. Sul passato non ha titolo a parlare neanche la sindaca in carica. Perché il verde pubblico non lo ha curato lei, le strade ridotte a colabrodo non sono un’invenzione di oggi, i bus in fiamme li vediamo ogni giorno, la metropolitana ferma non fa più notizia, l’immondizia dilaga, i cinghiali e i gabbiani li sentiamo come concittadini, la sicurezza è un sogno, i clochard sono il nuovo panorama. Tanti motivi per darsi una mossa.