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Vogliono lo stato d'emergenza ma licenziano i lavoratori della sanità

Francesco Storace
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Vogliono prorogare lo stato d’emergenza, ma licenziano i lavoratori della sanità. Il ministro Speranza questa brutta storia dell’Aifa la deve chiarire bene, dopo che si è saputo che una cinquantina di lavoratori internali a fine luglio saranno messi in mezzo alla strada. Si sguarnisce l’agenzia del farmaco in presenza degli allarmi (di governo) sul Covid. Fioccano le interrogazioni, presentate da Lollobrigida per Fratelli d’Italia, dalla Gelmini per Fi e persino dalla Serracchiani per il Pd.

Ma il governo non pronuncia una sillaba. Anzi, il 30 giugno scorso ha concesso una miniproroga al 31 di questo mese diffidando l’agenzia a utilizzare ancora quei lavoratori che guadagnano poco più di mille euro al mese. Amministrativi, biologi, farmacisti. Parliamo di settori chiave: autorizzazioni e immissioni in commercio; registri di monitoraggio; qualità dei prodotti; nuovi farmaci; e persino vigilanza sulle sperimentazioni relative al Covid-19.

Dal primo agosto non ci saranno solo ferie per chi ci andrà. Ma paurosi vuoti di organico di cui non si ravvisava la necessità in un momento come questo. Tanto più nel momento in cui il governo si mette a cincischiare proprio sullo stato di emergenza. Il ministro Speranza non risponde neppure ai parlamentari e i lavoratori precipitano nello sconforto. Non c’è traccia di stabilizzazione per cinquanta precari da svariati anni e nemmeno per i 48 lavoratori interinali ai quali si sbattono le porte in faccia. Al ministro Speranza si sono dovuti rivolgere con toni netti anche dal Pd, appunto la Serracchiani con le sue colleghe Mura e Cantone: “Il ministro non ritiene doveroso e urgente ripristinare lo status quo (...) visto che ha imposto il divieto di licenziamento alle aziende?”.

E’ una vicenda grave anche dal punto di vista comportamentale verso i lavoratori oggetto della spericolata manovra di governo. Prima illusi e poi lasciati con un pugno di mosche in mano.

Dall’agenzia interinale incaricata di reperire le persone impegnate all’Aifa, in un primo momento erano stati rassicurati i lavoratori, “il contratto è stato prorogato al 31 dicembre”. Ma nemmeno per idea.

Poco dopo la “comunicazione”, arriva alla società in questione una lettera dell’Aifa. E’ il 25 giugno – a cinque giorni dalla scadenza contrattuale! – e l’agenzia del farmaco informa di aver ricevuto dal ministero della Salute una diffida a non avvalersi di “quel” personale. Passano pochi minuti e arriva la doccia fredda: il 30 giugno dovete andare a casa. Poi, segue un giro vorticoso di mail e telefonate e i lavoratori strattonati tra una comunicazione e l’altra ottengono la fantastica proroga al 31 luglio. Due settimane da oggi.

Ma è certo il governo di poter trattare in questa maniera persone che si sono prodigate per evitare anche loro di far affondare la barca Italia nella tragedia del coronavirus? Perché Speranza ignora persino le sollecitazioni dei parlamentari da destra a sinistra? Chi è che vuole privare l’agenzia del farmaco di quelle risorse umane?

E’ davvero difficile immaginare cifre mostruose per far restare in servizio lavoratori che ricevono emolumenti davvero risicati. Non è un grande sforzo finanziario per uno Stato che a chiacchiere recita di aver messo in campo una “potenza di fuoco economica” e poi dimentica di garantire la continuità di prestazioni essenziali per la sanità.

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