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Vertice Ue, braccio di ferro sugli euro-aiuti: comunque vada a finire, Conte si conferma gracile

Andrea Amata

Il Consiglio europeo riunito in remoto ha discusso dell'accordo sul bilancio 2021-2027 e sul piano per la ripresa e la resilienza. Date le divergenze tra i governi europei, sulle modalità di utilizzo dei fondi, non è stata raggiunta la sintesi che è rimandata al prossimo vertice di metà luglio. Tuttavia, sono emerse posizioni come quella del cancelliere austriaco Sebastian kurz, che ha precisato su Twitter che «il Recovery Fund non deve aprire la strada a un'unione del debito», aggiungendo che «si deve discutere sulle condizioni che vincolano gli aiuti», finalizzate a irrigidire le modalità di spesa subordinandole ad un ferreo controllo.

L'Austria, insieme all'Olanda, alla Danimarca e alla Svezia, rappresenta il gruppo dei "frugali" che sono diffidenti rispetto al piano economico della Commissione europea ripartito in 500 miliardi di sussidi non rimborsabili e in 250 miliardi di prestiti. Affinché le decisioni del Consiglio europeo siano efficaci occorre raggiungere l'unanimità dei suoi membri e considerando l'ostilità dei "parsimoniosi" ai sussidi e ad una gestione autonoma dei finanziamenti, per privilegiare i prestiti e le condizionionalità, è ipotizzabile che il piano subisca un ridimensionamento non soddisfacente per i Paesi mediterranei più esposti alla crisi generata dall'emergenza pandemica.

  

La cancelliera Angela Merkel dopo aver confermato l'ovvio - «le implicazioni economiche della pandemia sono molto dure, siamo di fronte alla sfida più grande dalla Seconda guerra mondiale» -  ha pronosticato che i fondi europei verranno trasferiti solo nel 2021. «Non credo che si possano versare i fondi già quest’anno» ha dichiarato la Merkel, sottolineando che la procedura prevede la ratifica dei Parlamenti sulle decisioni adottate in Europa. Una tempistica che ci suggerisce la celebre frase John Maynard Keynes, ossia: «Nel lungo periodo siamo tutti morti».

Sul piano politico interno risalta il gioco di prestigio del premier Giuseppe Conte che consulta gli stakeholders per proporre misure di rilancio senza la disponibilità delle risorse per attuarle. La pantomima del sedicente avvocato del popolo, con la convocazione degli Stati Generali, si sta rivelando un bluff perché ipotizzare di far ripartire la macchina Italia con il serbatoio del carburante a secco significa illudere i cittadini e dilazionare l'uscita dal tunnel da cui ancora non si percepisce un barlume di luce.

Cosa si aspetta a reperire sul mercato i fondi necessari per pianificare interventi in favore della crescita? Perché far dipendere le sorti della comunità nazionale dagli umori dei Paesi "nordici" che non avalleranno provvedimenti senza rigidi controlli e condizionalità? Manca una visione di ampio respiro nella maggioranza rossogialla, in cui coabitano istanze antitetiche camuffate da sintesi o da necessità superiori per sbarrare la strada del governo al nemico di turno additato come il male assoluto. Un'operazione fraudolenta che sclerotizza il pensiero, surrogandolo con le etichette preconfezionate di populista, nazionalista xenofobo, etc.

Un governo gracile, nato per negazione in una esclusiva logica avversativa al leader della Lega Matteo Salvini, che sta logorando un intero Paese non può continuare a sottrarsi alle sue responsabilità, ma prendere atto della totale carenza di efficacia politica liberando le istituzioni dalla mediocrità che ogni giorno si attesta nella maggioranza.