il dossier

Così ha fatto flop il reddito di Luigi Di Maio

Carlantonio Solimene

«Risultati largamente insoddisfacenti». È un macigno sul Reddito di cittadinanza il giudizio messo nero su bianco dalla Corte dei conti nel suo «Rapporto 2020 sul coordinamento della finanza pubblica» almeno per quanto attiene la «parte attiva» del provvedimento tanto caro all’allora ministro del Lavoro Luigi Di Maio, quella riguardante l’offerta di impiego ai percettori del sussidio.

Ebbene, stando ai dati diffusi dall’Anpal al 10 febbraio 2020 - prima, quindi, della crisi occupazionale dovuta all’epidemia di Coronavirus - tra coloro che hanno usufruito del reddito (circa 2,4 milioni di persone) meno di quarantamila hanno trovato effettivamente lavoro. E a far riflettere ulteriormente è il fatto che la tanto sbandierata riforma dei centri per l’impiego non abbia sortito, all’atto pratico, alcun effetto sulle strategie degli italiani alla ricerca di un’occupazione. Il lavoro lo si continua a trovare prevalentemente grazie ai contatti personali - parentela, amicizia - e non attraverso i centri. Tantomeno mediante la strombazzatissima App studiata dal presidente dell’Anpal Mimmo Parisi per collegare domanda e offerta e che, di fatto, non è mai decollata. Un flop che fa sembrare i ritardi di «Immuni» quasi una storia di successo.

  

 

 

 

RIDOTTA LA POVERTà, MA...
Premessa indispensabile: se il Reddito di cittadinanza fosse stato considerato fin dall’inizio una mera misura assistenziale, avrebbe tutto sommato raggiunto il suo obiettivo. «Secondo valutazioni preliminari - scrive la Corte dei conti nel suo rapporto - grazie al RdC il tasso di povertà assoluta potrebbe essersi abbassato di 1,5 punti (dall’8,4 al 6,9 per cento). Effetti sarebbero stati...

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