sondaggi e consenso

Italiani impauriti e confusi. "Conte si gioca tutto con la Fase 2"

Massimiliano Lenzi

«Io tutti questi indisciplinati non li vedo. C’è in giro più gente ma è normale perché si è dato maggiori possibilità alle persone di uscire». A parlare in questa intervista a “Il Tempo” è Alessandra Ghisleri, direttrice di Euromedia Research, una donna che da anni osserva e misura, con i suoi sondaggi, il rapporto tra la politica ed il consenso dell’opinione pubblica italiana. E lo fa, da par suo, anche oggi. Al tempo del coronavirus.  Ghisleri ci rassicuri: non siamo un popolo di aspiranti suicidi in cerca di contagio da virus? «Le persone sono state molto consapevoli, hanno compreso perfettamente cosa stava capitando. Le dico questo: solo tra l’1,3% e l’1,6% ci ha detto che ha volontariamente e consapevolmente trasgredito alle regole del lockdown. L’1,6% era la percentuale del lockdown e l’1,3% quella della fase 2. Il che voglio dire, se lei guarda il tasso di evasione fiscale in Italia è molto più alto».  Quanto ha pesato nel comportamento degli italiani la paura di morire?  «La paura è la traccia. Il soggetto principale è la paura, perché Covid-19 è il nemico che non conosci ed è invisibile ed impalpabile. Sai che puoi essere contagiato nel momento in cui abbracci una persona, stringi un affetto e quindi sei costretto a creare dei muri, che sono importanti e altrettanto pesanti. Covid-19 ha instillato quella paura che ha costretto le persone in casa». Può essere la paura anche l’ingrediente della fase 2? «L’ingrediente della fase 2 è il buonsenso. E qua diventa più complicato. Perché il buonsenso è lasciato al libero arbitrio ed il libero arbitrio, giustamente, è un qualcosa che ciascuno di noi ha, anche a costo di rischiare. È una ponderazione tra il rischio e la riconquista della libertà».  Ed in questa fase il consenso della politica, tra la paura e la riconquista della speranza, come si muove? «Il problema nasce dalle indicazioni. Le persone hanno bisogno di conoscenza e siccome il virus è sconosciuto, tutte le impressioni sono relegate nell’area delle percezioni personali. Di che cosa le persone hanno bisogno? Di percorsi e di protocolli. Non si può segnalare chi posso incontrare ma è necessario concedere l’aiuto per comprendere come incontrarlo. È necessario avere dei protocolli di interazione per essere in sicurezza. Le aziende hanno riaperto ed ognuna, a sua logica, ha costruito il proprio protocollo».  Non c’è un protocollo nazionale?  «Il protocollo nazionale prevede che ti lavi le mani spesso e bene, che mantieni la mascherina, sì e no, non si sa, mantieni le distanze e stai nel tuo, cioè cerchi di non avere contatti fisici con altre persone».  L’incertezza della fase 2 dipende anche da questo?  «L’incertezza dei cittadini dipende dal fatto che vogliamo riprenderci tutti ciò che ci è stato tolto a causa di questo virus, e contemporaneamente è strettamente connessa alla paura di essere contagiati perché non sappiamo se questo virus si può trattare o meno, se esiste una cura, perché ancora non c’è il vaccino. E la paura vera, quella più profonda è quella di dover affrontare la terapia intensiva. Il problema nasce da queste incertezze. Il Governo ci ha dato il permesso di incontrare i nostri congiunti e invece era necessario conoscere quali limiti non si potevano sorpassare o meglio come incontrare i nostri affetti».  Come ha trascorso il suo lockdown?  «Tanta attività fisica ma anche tanta, tanta attività culinaria…». Quanto manca agli italiani la possibilità di vivere le proprie emozioni, darsi un bacio, abbracciarsi, incontrare un amico? «Mancano tanto, ma la maggior parte degli italiani è prudente proprio per il rischio di contagiarsi. Per questo le ribadisco che il tema vero è fornire, con misura, quelle che sono tutte le informazioni necessarie e univoche. Perché non sappiamo se il virus è regredito o se è ancora forte. Se hanno imparato a trattarlo o se il rischio è sempre costante fino alla terapia intensiva».  Dal punto di vista del consenso politico, come ha cambiato gli italiani nei loro orientamenti la paura? E come può cambiarli la speranza di ripartire?  «La paura e l’incertezza hanno spinto il 40% delle persone a dichiarare di non saper come votare e di astenersi. Il che significa che quasi un italiano su due in questi momenti non sa - o forse non vuole - esprimersi politicamente. I giochi politici sono lontani dalle attenzioni della gente. Un politico dovrebbe perlomeno riuscire ad indicare la via, il percorso, le proprie proposte, sia un politico di governo sia di opposizione. Al di là del colore politico».  C’è voglia di riaprire negli italiani?  «Gli italiani hanno dichiarato in massa che desiderano riaprire con la consapevolezza che c’è un problema con le spese da intraprendere per sanificare e garantire la sicurezza».  Quanto potrà durare ancora la tolleranza degli italiani per le libertà sospese?  «Il problema è che se mi limiti e mi dai delle regole di vita, mi devi spiegare il perché. Tu puoi darmi delle regole per convivere con questo virus. Il punto vero è che la scienza sta lavorando, con delle pianificazioni di studio, ma non ha ancora quelle certezze».  Giuseppe Conte è stato rafforzato o indebolito da questa emergenza?  «Conte è una figura di riferimento perché è presidente del Consiglio e non è una figura che viene letta politicamente. È una istituzione che a questo punto insieme al Papa e al Presidente della Repubblica Mattarella deve offrire quelle garanzie che i cittadini attendono per le proprie scelte».  La crisi economica potrà indebolire Conte? «Il 34,6% degli italiani ha apprezzato le manovre messe in campo dal governo per famiglie e imprese, con un 59.0% abbondante più critico, che sta cercando di capire come muoversi e cosa fare». Dopo questa botta terribile del virus gli italiani sono ancora capaci di ottimismo? «Sì. La rappresentazione plastica ci è stata offerta proprio in quelle fotografie tanto discusse che ci hanno mostrato il desiderio e il piacere di bere un bicchiere di vino e una birra assieme agli amici in mezzo a una strada. O di prendersi un caffè dopo 56 giorni di clausura. Non è ottimismo: è voglia di rinascere».