IL PAESE DELLA BUROCRAZIA

Pasticcio Decreto liquidità, tante carte pochi soldi

Filippo Caleri

Il decreto liquidità del governo? È un pasticcio legislativo che sta creando un ingorgo burocratico enorme che, alla fine, sta solo rallentando l’erogazione delle risorse alle aziende». Non usa mezzi termini, il vicepresidente del gruppo europeo delle casse di risparmio (Esbg), Giuseppe Ghisolfi, per bocciare le norme che il governo ha scritto per aiutare le imprese rimaste a corto di cassa per la crisi legata al coronavirus. «Alla radice il problema è sempre lo stesso: chi scrive le regole non si occupa mai di chi le deve applicare» spiega Ghisolfi a Il Tempo. Quali sono le falle del provvedimento? «Due sono le lacune più devastanti. Le norme si aggiungono a tutte le altre, già pesanti e complesse, che regolano il settore del credito, e che non si possono ignorare. Bastava aggiungere un solo articolo nell’introduzione del provvedimento: “Per i finanziamenti di cui al presente decreto sono sospese tutte le normative in vigore”». Sembra semplice. Cosa avrebbe evitato? «I timori delle banche legati al fatto che, senza questa previsione, chi eroga un prestito che poi non viene restituito per un default aziendale, può essere imputato di concorso in bancarotta o di concessione di credito abusiva». Ecco la ragione dei ritardi delle erogazioni, allora. «Per come è impostata la regola, oggi, l’istituto bancario non può prescindere dalla valutazione del merito di credito. L’esclusione delle procedure normali non è scritta in nessuna parte del decreto. Dunque la banca è tenuta a rispettare le regole vigenti che prevedono che per erogare un fido occorre un’istruttoria». Insomma un pasticcio... «Sì, non so se non lo sanno o se fingono di non sapere» Quali sono le altre criticità? «Il meccanismo dell’invio della domanda al Fondo di garanzia per i prestiti sotto i 25 mila euro, e alla Sace per importi superiori, nel primo caso solo per far mettere un visto e nel secondo per un’altra istruttoria, sta creando un intasamento di domande. E questo crea ulteriore rallentamenti. La sua ricetta? «Bastava evitare doppioni. Si poteva consentire alla banca di mandare avanti le pratiche concedendo subito i prestiti garantiti e secondo i normali criteri. Insomma chi meritava il credito lo otteneva anche senza il semaforo verde dello Stato. Agli organi di garanzia si sarebbero dovute mandare solo le pratiche delle imprese che, nonostante i prestiti, non ce l’avessero fatta. Quelle per la quali si sarebbe dovuta escutere la garanzia. Forse il 10% delle totali. Così invece di mandare il 100% cento delle domande ne sarebbero state inviate molte meno, soprattutto non subito. Questo avrebbe reso il meccanismo più veloce e avrebbe evitato l’ingorgo burocratico. Infine trattandosi di soldi dello Stato tanto valeva che fosse lo stesso a erogare usando le banche solo come intermediario». Senza controlli da parte del sistema creditizio insomma? «Se lo Stato fa lo Stato, decide a chi dare e a chi no secondo i criteri che stabilisce. Alle banche avrebbe dovuto dire solo: fate gli accrediti su questo o su quel conto senza alcuna delibera». Troppo semplice. Forse non ci sono i soldi nelle casse dello Stato? «Io non lo so. Se dicono che ci sono delle garanzie vuol dire che da qualche parte le risorse ci devono essere». E allora qual è il problema? «È di una semplicità estrema. Chi scrive le leggi non si occupa mai di chi deve applicarle. Non solo. Le nuove norme si sommano a quelle esistenti creando ulteriore confusione normativa. Mi viene da ridere quando i parlamentari protestano contro la burocrazia. Ma sono loro i primi a crearla quando emanano un provvedimento senza inserirlo in un testo unico che razionalizza e abroga le norme più vecchie».