l'epidemia e il caos riaperture

Emergenza coronavirus: fase 2 ovunque. Non da noi

Pietro De Leo

Fibrilla, il mondo di qua della porta. Il mondo chiuso nel lockdown, fatto di famiglie alle prese con una quotidianità ribaltata e stravolta, congelata nelle ore in smartworking o davanti alla tv. Oppure l’universo delle imprese, che fanno i conti con il preventivo del disastro, del carburante economico in riduzione per via dello stop forzato. Fibrilla, dunque, e non solo in Italia. Qui e là, in Europa, si cominciano a scandire le tappe dei primi passi verso il ritorno alla normalità. Due date cerchiate di rosso in Austria: 14 aprile per gli esercizi che vendono beni non essenziali fino ai 400 metri quadri; gli altri il primo maggio. La Danimarca comincerà a riaprire i cancelli di scuole e attività dopo Pasqua. Il 26 aprile, invece, potrebbe terminare il lockdown in Spagna dove il governo ha annunciato che sono in gestazione regole precise da seguire nei vari ambiti sociali. L’Unione Europea aveva pronto l’annuncio di un documento di exit strategy, la cui presentazione però è stata rinviata. E l’Oms frena. Anche se ci sono segnali positivi, ha detto il responsabile per l'Europa Hans Kluge, «ora non è il momento di allentare le misure. È il momento di raddoppiare e triplicare ancora una volta i nostri sforzi collettivi con tutto il sostegno della società». E ferve, chiaramente, il dibattito nel nostro Paese, dove ieri è tornato a parlare Matteo Renzi, da settimane uno degli esponenti del partito riaperturista: «Se non si riparte, la recessione farà più danno del virus». E ancora: «Io voglio una politica forte, che ascolta i medici ma poi decide». L’ex premier ragiona: «L’onda di piena è passata. Quel che serve ora è essere preparati a richiudere le zone in cui ripartono i focolai, senza le incertezze che hanno caratterizzato le prime settimane». Ed un grido di dolore proviene dalle rappresentanze di Confindustria del Nord, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto, cuore produttivo del Paese: «Prolungare i lockdown significa continuare a non produrre, perdere clienti e relazioni internazionali, non fatturare con l’effetto che molte imprese finiranno per non essere in grado di pagare gli stipendi del prossimo mese». Da qui la richiesta al governo: «Definire una roadmap per una riapertura ordinata e in piena sicurezza nel cuore del sistema economico del Paese». Richiesta che parte dalla gravità del contesto economico. E si scontra, però, con il freno dell’Oms. Walter Ricciardi, dell’Esecutivo, osserva come potrebbe essere pensabile riaprire a macchie, magari partendo dalle regioni del Centrosud ed applicando sistemi di tracciamento. Ranieri Guerra, vicedirettore dell’Organismo, in serata aggiunge: «Aprire o pensare di aprire in questa fase è abbastanza difficile, non siamo in una diminuzione netta ma in un rallentamento della velocità». Tuttavia aprendo all’ipotesi di una riapertura scaglionata: «Per classe di lavoro, tipologia geografica e classe di età» ma sempre con «un occhio ad una diminuzione marcata di questa curva che ancora non c’è». E Guerra, poi, ha aggiunto che il ministro Speranza sta facendo «opera di persuasione» per invitare alla cautela «nella riapertura». E il presidente del Consiglio Conte, parlando alla "Bild", ha fatto intendere che per il dopo siamo al «lavori in corso»: «Ci affacciamo alla Fase 2: significa regolamentare in modo assolutamente diverso la nostra vita sociale ed economica, convivere con il virus, consapevoli che un vaccino non arriverà prima di un certo numero di mesi». Per quanto riconosca che gli scienziati stiano consigliando di «non attenuare affatto le misure restrittive». Il tempo stringe, e il Dpcm del lockdown scade il 13 aprile. È attesa, a questo proposito, una novità, forse dopodomani. Considerando che ci sono due ponti, potenzialmente pericolosi, il 25 aprile e il primo Maggio, potrebbe essere il 4 il giorno in cui cominceremo a riprendere confidenza con la libertà