i vent'anni dalla morte

Quest'anno il Pd sbaglia due volte a ignorare Craxi

Marco Gorra

Puntuale come ogni metà gennaio da vent’anni a questa parte, torna la polemica sugli ex comunisti che celebrano la ricorrenza della morte da esule di Bettino Craxi mettendosi a fischiettare con aria vaga e facendo finta di niente. Anche per quest’anno il copione è stato rispettato alla lettera: non uno straccio di delegazione e malcelata tolleranza per quanti - a titolo strettamente personale, sia chiaro - ad Hammamet si recheranno in proprio. La questione fa più rumore del solito per due motivi: primo perché in questo 2020 cade il ventennale preciso della scomparsa del segretario socialista, e si sa che le ricorrenze tonde portano un carico di suggestioni tutto loro. Secondo perché - nel quadro impazzito della politica di oggi - anche andare a mettere un fiore sulla tomba di Craxi potrebbe risultare per il Pd un gesto che, se non è un manifesto politico, poco ci manca. Il punto è il seguente: mai come ora la crisi di idee e identità del Partito democratico è stata totale e apparentemente irrimediabile come adesso; e mai come ora l’unica via di uscita dal vicolo cieco (che non è solo teorico ma produce effetti pratici in termini di evidente e certificata contrazione del consenso) risulta essere quella che passa proprio dalle parti di Craxi. Una via che però, per il Pd dell’attuale gestione, è semplicemente impercorribile. Perché solo l’idea di imboccarla contraddice in pieno il pilastro dello zingarettismo, ossia quell’insieme di ritorno alle origini, recupero delle parole d’ordine d’antan e robusta imbullonatura a sinistra su cui il governatore del Lazio ha plasmato la piattaforma ideale e politica del partito da quando ha messo piede al Nazareno. Una visione del mondo incompatibile con qualsivoglia declinazione di Craxi e del craxismo diversa dal male assoluto. Tale linea, prima che giusta o sbagliata, è estremamente miope. Perché condanna il Pd alla contesa in un campo già affollato di suo dove si finisce per forza di cose a fare la gara sulla radicalità e su chi la spara più grossa (è pur sempre l’elettorato in uscita dal Movimento cinque stelle che ci si contende) in un continuo rincorrersi di demagogie e arruffamenti del popolo. E perché lascia senza presidio gli spazi - quelli sì belli ampi e sguarniti - che ci sono in direzione dell’altro estremo dello spettro, e cioè il centro. Centro su cui il Pd pare avere rinunciato anche solo all’idea di offrire rappresentanza. E sì che di domanda - da parte di chi rifugge la destra populista e che a sinistra tutto spera di trovare fuorché la stessa ricetta solo declinata in rosso - ce ne sarebbe. E invece niente da fare. Per la gioia di Matteo Renzi e della sua Italia viva, quelle praterie che chiedono solo di essere pascolate restano fuori dai radar del Pd. Questo il quadro, si capisce perché di fare un salto ad Hammamet il Pd non voglia nemmeno sentire parlare. Ma si capisce pure perché stavolta la scelta risulti due volte sbagliata. Perché se alla riflessione su Craxi non ti chiamano - vent’anni dopo - la ragione e la coscienza, almeno la bieca tattica politica e il calcolo dovrebbero farlo. E invece niente da fare. Non solo per loro Bettino Craxi è, e resterà per sempre, il Cinghialone. Sono pure convinti che gli convenga continuare a gridarlo in giro.