i conti non tornano

Paragone bomba su Conte. Ormai è ostaggio della Ue

Gianluigi Paragone

"Non starò appeso", dice il premier Giuseppe Conte in una intervista al Corriere della Sera. "Ci vuole rilancio. Ecco la mia agenda per il 2023". A dicembre le agende non si negano a nessuno, infatti chi in questi giorni non ne ha ricevuta almeno una in regalo? Tutti hanno calendari e agende personalizzate da piazzare pertanto salutiamo con simpatia l’agenda pluriennale del premier, nella sicurezza matematica che già a marzo sarà un lontano ricordo.  Per approfondire leggi anche: CONTE ALLA PROVA DEL MES "Abbiamo idee e gambe per portare a compimento la stagione riformatrice", sentenzia Conte sciorinando tempi della giustizia civile e penale più brevi, piani di investimenti, riduzione dei lacci burocratici, semplificazioni, sostegno piccole e medie imprese e ovviamente il taglio delle tasse. Che a suo dire questo governo avrebbe già cominciato ad attuare ma è un problema dei cittadini se non lo hanno capito. A Giuseppe Conte mi permetto di suggerire di volare basso quando parla di riduzione fiscale perché i cittadini sono al limite della sopportazione e il suo governo è riuscito persino a negarmi la possibilità di ridurre le bollette della luce con un emendamento che consentiva la riduzione degli onori di sistema (nella componente asos) nel caso di consumo di energia green. Le bollette continueranno a costare un occhio della testa perché il governo difetta di coraggio. L’intervista al Corriere è un tentativo di uscire dall’angolo dato che i sondaggi registrano un calo di popolarità per la squadra di Giuseppe: l’economia batte in testa, l’Europa comanda a bacchetta e l’Italia che fotografa il Censis è un Paese in ansia, che ha paura di perdere lavoro e risparmi (due parole di cui non vi è traccia nella chiacchierata del premier). Ed è proprio sull’economia reale, sui risparmi, sul bilancio di famiglie e imprenditori che questo governo non incide né offre una visione. Del resto come potrebbe? I governi Conte (il primo come il secondo) si avvitano nelle stesse assurde regole di bilancio europee che ammazzano qualsiasi buona intenzione di manovre leggermente espansive. Tria ieri e Gualtieri oggi si muovono nel solito solco dell’austerità, del rigore perché temono la vendetta di Bruxelles e dei mercati. Nel giro di pochi mesi la Francia è nuovamente paralizzata: prima dalla rivolta dei gilet gialli, oggi dai pensionati. In Germania la piazza non ribolle ma nelle periferie il partito di destra AfD sta facendo grandi proseliti. E’ vero che in Europa i partiti “sovranisti” o “nazionalisti” non hanno fatto il botto, ma è altresì vero che quel vento è destinato a gonfiarsi se non si cambia il senso dei governi. Il parlamento italiano è impegnato a pronunciarsi sulla riforma del Mes e solo il bizantinismo con cui la specie cerca di sopravvivere a se stessa ne sta anestetizzando il pericolo, buttando la palla in tribuna. L’atteggiamento di “riscrittura” che impegna la maggioranza mi fa venire in mente la battuta che amava ripetere Enzo Biagi a proposito dell’uomo che dice all’amico che la moglie era incinta "ma solo un pochino". Ecco, qui è lo stesso: si fa solo un pochino di Mes, un mezzo Mes. Il Mes, la crisi dell’eurozona, le regole europee sul sistema bancario, sul bilancio europeo e sul fisco: ognuno cerca di affrontare il nodo gordiano nella speranza di scioglierlo. Quel nodo va tagliato e sono certo che prima o poi arriverà qualcuno, spinto da un popolo in affanno, con piglio risolutore: il famoso “uomo forte” di cui parla la ricerca del Censis. Che imporrà a Bruxelles un ribaltamento delle regole, aprendo finalmente a una vera iniezione di capitale pubblico, al fine di raddrizzare la società, rassicurarla senza inventarsi nemici altrove. Nel programma elettorale del Movimento Cinquestelle la visione era chiara ed era interamente ostile all’ortodossia europea. Che fine ha fatto quella visione? Nella riscrittura di un Mes che volevamo liquidare? Boh. L’altro giorno il capo dello Stato ha usato una parola fortissima contro l’evasione fiscale, definendola per quello che è: indecente. Chi non è d’accordo? Però non ricordo il nostro presidente della Repubblica aver pronunciato quelle parole di fronte al presidente della Commissione Juncker, visto che fu il primo a rendere “legale” l’evasione fiscale già quand’era alla guida del Lussemburgo. Così come mi sarebbe piaciuto un intervento da parte del Capo dello Stato a difesa di tutti quegli imprenditori che aspettano di essere pagati dallo Stato; i quali, oltre a rischiare di fallire, si ritrovano a dover fare i conti con l’accusa di aver evaso il fisco. Anche tutto questo è un pochino indecente soprattutto perché nell’agenda 2019 di Conte il giorno in cui compensare crediti/debiti a favore di queste persone non è ancora arrivato.