convivenza in salita
Tra Lega e M5S pare Casa Vianello
Nella casa del Grande Fratello populista va in scena una zuffa al giorno tra leghisti e pentastellati. Sia pure avvolta da monologhi declamati in scioltezza su Facebook, per quanto mascherata dai proclami accomodanti del premier Giuseppe Conte, ormai la contrapposizione si nota. Eccome se si nota. Ieri è stato direttamente il vice premier Luigi Di Maio a intervenire sui social per ribadire che “il reddito di cittadinanza, le pensioni di cittadinanza e la quota 100 ci sono nella legge di bilancio…chi dice che non ci sono sta dicendo bugie”. Che ragione c’era d’intervenire con tale foga, insistendo sul fatto che “in manovra ci sono i soldi, c’è la ciccia”? La risposta l’ha fornita lui stesso, dopo che tutti i giornali avevano attribuito ai dubbi leghisti la fuoriuscita del reddito e di quota cento dal perimetro della manovra: “Dopo la legge di bilancio, magari a Natale o subito dopo, si fa un decreto…non un ddl perché ci vorrebbe troppo e c’è emergenza povertà”. Il Natale a casa Di Maio e Salvini rischia di diventare qualcosa di simile a un duetto tra Sandra e Raimondo, splendidi interpreti di una convivenza incanutita, litigiosa e naturalmente obbligata. La domanda è se il fidanzamento reggerà fino alle elezioni europee del maggio prossimo, con la conseguente possibilità di convolare a nozze per tutta la legislatura; o se più ragionevolmente la coppia scoppierà in prossimità del capodanno. Intanto non mancano segnali d’insofferenza reciproca e di spaccature forti nelle rispettive famiglie di provenienza. Intervistato da Bruno Vespa per il nuovo libro del conduttore di Porta a Porta, Giancarlo Giorgetti ha bombardato il reddito di cittadinanza, evidenziandone le “complicazioni attuative non indifferenti” e riducendone al lumicino le aspettative di sopravvivenza: “Se riuscirà a produrre posti di lavoro, bene. Altrimenti resterà un provvedimento fine a se stesso”. Chiaro che Di Maio non poteva prenderla bene, già allarmato com’era dal sibillino affronto che gli aveva inflitto il “suo” Matteo pochi giorni prima, quando ha spalancato le braccia sussurrando più o meno che, fosse per lui, avendo a disposizione una maggioranza adeguata, sai quante cose belle si potrebbero fare…Come a dire: finché devo portarmi dietro l’alleanza con i Cinque stelle, scordatevi di vedere realizzate le promesse economiche e infrastrutturali per le quali il centrodestra è arrivato primo alle elezioni del 4 marzo scorso. Nostalgia di Silvio Berlusconi? Questo non possono pensarlo neppure i grillini più complottisti. Piuttosto si fa largo la consapevolezza di un’incompatibilità congenita tra l’homo faber leghista e l’homo ludens pentastellato: concretezza contro utopia, sviluppo contro redistribuzione, esperienza contro ingenuità al limite dell’inconcludenza. E insomma ciò che fino a ieri poteva apparire come una sintesi virtuosa di opposte radici ideali, una coincidentia oppositorum tale da riunificare l’Italia a due velocità in un new deal di conio neorooseveltiano (l’immagine, molto efficace, è del ministro Paolo Savona), adesso rischia di scolorire in un’occasione mancata e in un continuo pretesto per impaludarsi. L’ombra della discordia imprigiona dunque la prospettiva del governo gialloverde? Dalle grandi opere alle coperture finanziarie necessarie per avviarle, dalle destinazioni del deficit nominale programmato fino ai tempi d’attuazione dei provvedimenti bandiera; ciascun obiettivo del progetto sta diventando la stazione penosa di un’immaginaria via crucis governativa. Ne sa qualcosa Conte, esperto di stimmate in quanto devoto a Padre Pio, chiamato a troncare e sopire, nascondendo le linee di frattura in una persistente caligine avvocatesca. Detto questo, è sempre possibile essere smentiti. Anche perché dall’altra parte del fiume non s’intravede alcuna sponda credibile. Le opposizioni sono slabbrate e pulviscolari, né si può pensare che il Quirinale e i così detti poteri finanziari abbiano in tasca la soluzione per un’eventuale crisi. La fronda goscista dei Cinque stelle (tendenza Roberto Fico) non ha i numeri per emergere né un interlocutore stabile nel Partito democratico, ancora acefalo e diviso in vista del congresso. Si sa che una maggioranza litigiosa è sempre preferibile a un salto nel buio, a meno di voler cedere alle sirenette varie che evocano da più parti l’accorpamento delle politiche alle europee. Con i sondaggi che circolano, Salvini un pensierino potrebbe perfino farcelo. Ma il cammino per ottenere il risultato sarebbe per lo meno accidentato e disseminato di trappole.