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La Camera blocca i furbetti del vitalizio

Due ex parlamentari volevano le rate arretrate nonostante il secondo stipendio Montecitorio rigetta il ricorso: "Dobbiamo ridurre le spese". Faranno appello?

Michele Vietti ed Enrico La Loggia, il primo già vicepresidente del Csm, il secondo membro del consiglio di presidenza della Corte dei Conti. Hanno chiesto al consiglio di giurisdizione della Camera di riavere i vitalizi sospesi mentre ricoprivano altre funzioni istituzionali remunerate, ma l’organo interpellato ha respinto l’istanza, definendola infondata. La Loggia, avvocato e parlamentare forzista della prima ora, eletto fin dal 1994, fino a ottobre 2013 - quando è stato nominato componenti dell’organo di autogoverno dei giudici della Corte dei Conti), aveva maturato un vitalizio di oltre 5000 euro. Ha ricevuto l’assegno a novembre, poi sospeso. Ha fatto ricorso e ha richiesto che gli fossero corrisposte ben tredici mensilità (66mila euro). L’organo competente della Camera, guidato dal giovane Pd Alberto Losacco ha respinto ogni richiesta argomentando il diniego con un richiamo al regolamento attuale che stabilisce come la sospensione sia legata al percepire un importo con il nuovo incarico «pari almeno alla metà dell’indennità parlamentare». Insomma una cifra in ogni caso rilevante, e che preserva le possibilità economiche del parlamentare senza vitalizio. La Loggia non ha fatto sapere se impugnerà la decisione. Più complessa la vicenda di Michele Vietti, già parlamentare Ccd e Udc e poi vicepresidente del Csm, che nell’istanza presentata alla Camera aveva definito la sospensione dell’emolumento raffigurante «profili di irragionevolezza e ingiustizia». «Quando siamo andati davanti al consiglio - spiega Vietti al Il Tempo - seconda la nostra interpretazione avremmo avuto diritto di percepire il vitalizio, che invece rimase sospeso». E qui c’è l'anomalia. «Nel Csm, nella medesima situazione, si trovava il senatore Guido Calvi, del Pd, che si vide riconoscere da Palazzo Madama la ricorrenza del vitalizio, che non è uno stipendio». Poi un particolare: «Il Senato riconobbe a Calvi il diritto al suo vitalizio e rinunciò a fare appello facendo acquiescenza». Finito il mandato nel Csm (a settembre 2014), l'avvocato torinese è tornato alla carica: «Mentre ero in carica non ho mai accelerato o insistito perché si decidesse questa querelle. Finito il consiglio, ho chiesto alla Camera di pronunciarsi. La mia richiesta è stata respinta. In attesa di leggere le motivazioni, mi sembra una considerazione di buon senso auspicare che le Camere si mettano d'accordo con un orientamento univoco». Ora non teme di essere incasellato nella categoria dei privilegiati della casta: «Conosco gli slogan della demagogia populista imperante ma stiamo parlando di un corrispettivo che mi viene dato - argomenta - per quello che si è accumulato sui miei stipendi. Ho fatto quattro legislature. Sono stato orgoglioso di fare il parlamentare e non ho nessuna vergogna a ricevere il vitalizio». Sullo sfondo, conclude Vietti, c’è «un problema cervellotico di sopravvenienza di regolamenti interni. Dopo l’introduzione della cosiddetta norma Bertinotti, rientro in una finestra nella quale il vitalizio non poteva essere sospeso». La Camera a Vietti ha riservato una risposta piccata a corredo del provvedimento negativo: «La disciplina del vitalizio spettante agli ex deputati è stata più volte sottoposta al vaglio del giudice interno, il quale ha avuto modo di ritenere che l’esigenza di razionalizzare e ridurre la spesa pubblica» sia imprenscindibile. Gong, primo round. In attesa dell’appello (entro ottobre).

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