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Fratelli d’Italia si divide sulla Fiamma

Infuria la discussione dopo la proposta di Donzelli di archiviare il simbolo Fidanza ORIGINI Imitazioni e guerre legali Quanta voglia di remake

Esiste una destra oltre i totem e i tabù? Il dibattito sul futuro di Fratelli d’Italia monta in maniera amletica. Dopo la provocazione partita dalla lettera di Giovanni Donzelli, esponente toscano del partito di Giorgia Meloni, i dirigenti del movimento hanno discusso con Il Tempo della cosiddetta «fase 2». C’è chi come Carlo Fidanza, responsabile Enti locali di FdI, pensa che Donzelli abbia toccato un punto necessario: «Trasformare il gradimento in consenso. Ossia, tra virgolette, lasciare Giorgia meno sola». Secondo Fidanza, espressione della sensibilità dell’Italia del Nord, questo si può ottenere «con le alleanze sociali: con il ceto medio impoverito a cui dobbiamo parlare di più». Quanto al «totem», ossia il simbolo di An, anche lui crede «che sia una storia finita male. Ci abbiamo provato in buona fede a riproporlo all’interno, recuperando una quota di elettori limitata». A differenza di Donzelli, però, Fidanza crede necessario «mantenere un richiamo simbolico alla tradizione della destra, con una fiamma, aggiornata, modernizzata» e fare come ha fatto Marine Le Pen, connettersi con la «domanda»: «Il mondo sta andando verso destra, verso una lettura che vede al centro sovranità e identità. Il mondo viene verso di noi. Se arriva l’onda dobbiamo cavalcarla non spostarci». Non si appassiona al tema del simbolo Marco Scurria, responsabile di FdI dei dipartimenti tematici: «Nel momento in cui nasceva una nuova storia bisognava far capire chi era l’erede. Oggi è un dato ormai assimilato». Per Scurria la «fase 2» è già avvenuta nella campagna elettorale di Roma dove, come fu nel ‘93 per Fini, la leader ha raggiunto un obiettivo fondamentale. «Meloni è uscita dallo schema. Tutto il movimento deve procedere in tal senso». Secondo il dirigente è stato su iniziativa della Meloni infatti che si è aggregato tutto il centrodestra, «quello che sta contro Renzi mentre quello non legato al passato, non a caso, ha appoggiato Marchini». Insomma, se con la battaglia per il Campidoglio FdI si è «automaticamente rinnovato» la direzione è creare «un centrodestra nuovo e maturo». Lo schema di Arezzo dove, ai comitati per il No, erano presenti i governatori Toti e Maroni «con Giorgia leader di un centrodestra senza annacquamenti». Spostandoci a Sud è Edmondo Cirielli, deputato di FdI, a considerare «valida la riflessione di Donzelli però frettolosa». Per l’esponente campano prendere le distanze, seppure in maniera tattica, dal blocco lepenista non ha senso: «Perché compromettere l’ottimo rapporto con Salvini? Tutto sommato questa Lega non è quella di Bossi che imprecava contro i meridionali. È poi è Salvini che ha fatto passi verso la destra sociale…». E che si fa con l’eredità di An? «Non può essere la vecchia An l’orizzonte. Ci piacerebbe stavolta essere i federatori, con Lega e Forza Italia». Il nodo da sciogliere, secondo Cirielli, sta altrove. «Il punto, onestamente, non riguarda tanto noi ma alcuni alleati, ossia Berlusconi, che devono chiarirsi le idee: se sono all’opposizione di Renzi o no». Di falso problema, infine, parla apertamente Federico Iadicicco, responsabile Famiglia di FdI. «An sì o no? È un dibattito sbagliato. Oggi è il momento di rimettere al centro i valori di fondo sui quali costruire la fase ulteriore del progetto». Ossia? «Difesa della libertà economica e sussidiarietà a cui occorre affiancare un progetto di ricostruzione dell’Italia basato su riforma presidenzialista e riduzione del costo del lavoro». Anche il tormentone moderati contro lepenisti è giudicato da Iadicicco «inconsistente»: «I movimenti sovranisti, da Putin a Orban, hanno incarnato il sentimento profondo dei loro popoli. Un movimento sovranista italiano deve organizzare la sua proposta chiedendosi perché gli italiani sono così lontani dalla politica». 

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