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Marcello Veneziani: "Giusto l’addio al partito di Fiuggi Non è una storia di cui andare fieri"

Parla il direttore scientifico della Fondazione An

Marcello Veneziani: "Giusto l’addio al partito di Fiuggi Non è una storia di cui andare fieri"

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Non solo Forza Italia e Lega. Anche in Fratelli d’Italia è in corso un dibattito che si annuncia serrato sul «che fare?». Giovanni Donzelli, uno dei più attivi dirigenti della «generazione Atreju», sostiene che occorra, per iniziare a liberare capacità di proiezione del partito di Giorgia Meloni, «abbattere qualche totem». Ossia, via il simbolo di An. Scelta che Marcello Veneziani, scrittore e politologo nonché direttore scientifico della Fondazione An, condivide «dal punto di vista politico. Perché quell’esperienza non è un’esperienza di cui può essere orgogliosa la destra». 

 

 

Perché si è chiusa male?

«Non solo per come si è conclusa ma per come si è svolta. E poi per il suo leader, per le tracce che non ha lasciato a livello politico. Insomma, abbandonare quel simbolo a livello politico è una scelta che condivido. Le resistenze sono di natura pratica e giuridica. Evitare cioè che quel simbolo possa essere utilizzato da altri e quindi possa determinare ulteriori lacerazioni in un mondo che è già di per sé sfasciato. Per il resto bisogna procedere con uno strappo».

 

 

Non c’è il rischio di gettare via tutta una storia?

«Se uno vuole può raccontare una storia mitica, riportare nel mito la storia del Msi. Ma per quella di An è meglio un minuto di silenzio». Donzelli, parlando di An, dice: «È ormai un feticcio che ci distrae dall’immaginare il futuro».

 

 

Come si arriva a questa considerazione?

«È una sensazione figlia di un bilancio abbastanza oggettivo. Vent’anni di storia, metà passati al governo e una traccia effettiva del passaggio della destra nazionale e sociale non s’è vista».

 

 

È solo il simbolo di An il «totem» o lei reputa che a destra se ne debbano eliminare anche altri, forse di più importanti?

«Credo che il compito oggi sia inverso. C’è un tale deserto che si dovrebbe inventare simboli nuovi, o di ritrovarne alcuni che sono caduti in disuso. Bisogna avere ogni tanto il coraggio di tentare il nuovo quando il vecchio non funziona. O addirittura passare all’antico quando il vecchio è troppo vecchio. Rivalutare i nonni quando i padri non funzionano».

 

 

Sta dicendo che la «Fiamma» non s’è spenta?

«Durante il centenario almirantiano ho percepito una capacità di aggregazione attorno a questo nome, come lo sto vedendo adesso in vista dei settant’anni della fondazione del Msi: cosa che non è dato avere rispetto An. Ovviamente parlo di un richiamo affettivo-simbolico non politico. Perché sarebbe assurdo immaginare di poter rilanciare l’Msi. Però devo dire che a livello di giudizio corrente, di ricordo diffuso, è più vivo quello piuttosto che quello di An. Che questo poi non si possa tradurre direttamente in politica ma soltanto in memoria storica è altrettanto vero».

 

 

A Giorgia Meloni viene richiesto di «parlare a tutti gli italiani», non solo ai cosiddetti perdenti della globalizzazione o a chi viene da destra. Ma per dire cosa?

«Lei ha efficacia e consenso. Il problema è che tutti recepiscono la sua presenza televisiva come quella di una brava opinionista che non rappresenta un mondo o un partito. Ma solo come una tipa battagliera, brava, che dice cose giuste. Quello che è manca è l’idea corale, collettiva, di un soggetto politico che stia dietro di lei. Lei deve essere l’espressione di un mondo, non una isolata opinionista. Quello che manca allora è costruire un mondo attorno a Giorgia, non lasciarla come una specie di marziana che ogni tanto plana in tv e dice cose fortunatamente un po’ diverse da quelle che dicono gli altri».

 

 

Una volta costruito questo «mondo»?

«Credo che la sua possa diventare una forza molto più cospicua di adesso. E poi tendere con questo a presentarsi per rappresentare un’area più vasta. Il discorso maggioritario sarà ovviamente una coalizione, con la Lega e un’area cattolico-popolare. Immagino una destra a struttura concentrica: con un nucleo molto saldo e poi intorno a questo costruire il dialogo con altri mondi».

 

 

Anche quello di Stefano Parisi?

«Parisi è una personalità che può ricoprire un utile ruolo tecnico. Non penso che con le sue parole d’ordine -“liberali e popolari ma chiudiamo al lepenismo” – possa avere un orizzonte diverso da quello di Alfano, che non mi pare possa rappresentare una svolta». 

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