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Niente soldi, pochi voti Addio alla Festa del Pd

La kermesse a Roma rinviata a settembre Correnti in lotta. Orfini pensa al congresso

Niente soldi, pochi voti Addio alla Festa del Pd

orfini

C’era una volta la Festa dell’Unità. La tradizionale kermesse estiva del Pd quest’anno a Roma non andrà in scena. Del resto, con la storica vittoria del MoVimento 5 Stelle alle elezioni comunali, i Dem hanno davvero ben poco da festeggiare. Al di là della sconfitta di Roberto Giachetti, il Pd ha preso una legnata colossale, perdendo anche dodici Municipi su quattordici e subendo un calo impressionante di consensi. Così, senza soldi e con una base sfiduciata e demotivata, meglio non azzardarsi a organizzare feste.

 

Dal Nazareno trapela che l’intenzione del commissario Matteo Orfini sarebbe quella di organizzare la Festa dell’Unità in settembre come una sorta di megacomitato per il sì in vista del referendum costituzionale. Ma militanti e dirigenti almeno per ora non sanno nulla. «Nessuno ci ha coinvolti - spiega un big del partito romano - Anche sulla location siamo in alto mare: ormai, dopo aver abbandonato Caracalla ogni anno cambiamo, con problemi organizzativi e affluenza in calo. Dubito anche che si faccia davvero quest’anno la festa». In effetti la data storica è sempre stata dalla metà di giugno alla fine di luglio. Ma all’appuntamento il Pd è arrivato a secco. Le casse del partito romano sarebbero esangui. E la Festa dell’Unità è piuttosto onerosa. Quello che c’era inoltre è stato speso per la campagna elettorale e il risultato negativo demotiva dirigenti e base. Eppure, proprio in un momento del genere il Pd dovrebbe suonare la carica, nonostante i Dem in città siano al minimo storico e non sia pronti a uno sforzo come quello della Festa dell’Unità. L’umore per le elezioni è pessimo, i volontari, già «spremuti» per la campagna elettorale scarseggiano, le motivazioni sono sotto i piedi. Meglio rinviare a settembre, sperando in tempi migliori. L’unica Festa dell’Unità di cui si ha notizia in questi giorni è quella del Pd di Ostia, in un territorio sconvolto da Mafia Capitale in cui il M5S ha sfiorato il 44%. I Dem lidensi insomma sono dei piccoli eroi. A testimoniare l’emorragia di consensi del Pd ci sono poi i numeri. Perché si fa presto a dire che i Dem a Roma sono al 17%. I dati reali rivelano altro. Su 2,3 milioni di elettori, il Pd ha ottenuto 204.637 voti di lista.

 

Insomma, il Pd a Roma rappresenta l’8,8% degli elettori. Tradotto: solo 8 romani su cento (cioè 0,8 cittadini su dieci) votano Pd. I Dem, poi, vanno molto bene dentro le Mura Aureliane (Centro Storico-Prati) e nei quartieri borghesi (Eur, Parioli). In Centro e ai Parioli sono al 21,9%, all’Eur al 16, alla Montagnola al 19. Ma rapportando queste percentuali ai numeri reali confrontati con l’elettorato attivo (cioè i cittadini iscritti alle liste elettorali), la percentuale si abbassa al 12%. Nei Municipi di periferia, invece, il Pd sprofonda, arrivando a livelli ridicoli in VI Municipio (10.692 voti, cioè l’11,49%, circa il 6% tenendo presente il numero di elettori). Un’analisi che non è roba da ragionieri e su cui i dirigenti Dem dovrebbero interrogarsi. La Dc di Caruso nel 1993 prese 154.552 voti, appena 50mila in meno del Pd, ma con un elettorato attivo sensibilmente inferiore. Ecco, il Pd di oggi a Roma è ai livelli dell’ultima Balena Bianca, con una capacità di penetrazione nell’elettorato ai minimi storici. In questo contesto, organizzare la Festa dell’Unità, aprirsi ai militanti, ripartire dalla base, usare la kermesse per un’analisi del voto a porte aperte, sarebbe stato un bel segnale. Invece niente.

 

Il Pd romano è allo sbando, le giunte municipali della Alfonsi e della Del Bello vengono varate alla bene e meglio senza una strategia politica e senza concertazione, l’architettura del centrosinistra è inesistente, né sembrano esserci segnali di riorganizzazione all’orizzonte. In questo contesto le correnti hanno scelto di tutelarsi con accordi incrociati per eleggere almeno un consigliere comunale ciascuno (tutti dentro, meno la candidata di Orfini), dando la sconfitta per scontata, e i capibastone ragionano con logiche ormai finite. I pochi big rimasti si nascondono. E Orfini? Il commissario pensa al congresso, forte dell’ultimo tesseramento che lo vede in pole position grazie alle tessere scontate agli under 30. Ma un congresso così che senso avrebbe, se non quello di una inutile restaurazione? Appena un anno fa, Orfini e Luciano Nobili giocavano al calcio balilla con Matteo Renzi e Luca Lotti alla Festa dell’Unità romana. Il premier, con un blitz a sorpresa dopo cena, anticipò la visita di un giorno per non incontrare Ignazio Marino, di fatto giubilandolo. Un anno dopo lo scenario è terremotato: niente Festa dell’Unità, addio dibattiti, libri, salsicce e bancarelle; Campidoglio perso, con Grillo che si affaccia da Palazzo Senatorio per guardare i Fori; Pd sparito nelle urne e in città. Il vento è proprio cambiato, parafrasando il vecchio manifesto della Festa dell’Unità che ritraeva una gonna alzata e lo slogan «cambia il vento».

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