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Le lacrime di coccodrillo di chi emarginò Falcone

Dimenticati in fretta gli attacchi ipocriti della sinistra

Lo emarginarono, lo attaccarono e lo criticarono in vita. Poi lo piansero, ma solo da morto. L’ennesimo «grande coro» contro la mafia a 24 anni dalla Strage di Capaci, l’ennesima commemorazione sul massacro che costò la vita a Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e ai tre agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, non può non fare i conti con la verità.

Vanno bene, dunque, le cerimonie in molte città d’Italia, va benissimo la partecipazione, a quasi un quarto di secolo dal quel tragico 23 maggio 1993, di politici, ministri e procuratori, sacrosanta è la definizione di «data incancellabile» fatta ieri dal Capo dello Stato Sergio Mattarella, perfetta è la presenza di centinaia di studenti nella cui mente il nome di Falcone dovrà risuonare per sempre.

Ma senza dimenticare la solitudine a cui fu condannato da chi, dopo la deflagrazione dei 400 chili di tritolo piazzati dai boss corleonesi, tentò di cancellare il ricordo dell’odio gettato addosso a quel grande giudice. Nel gennaio del 1988, ad esempio, il Csm non scelse lui come Consigliere istruttore di Palermo, ma Antonino Meli. Poi fu la volta del sindaco di Palermo Leoluca Orlando, che accusò il magistrato di tenere nascosti nei cassetti documenti scottanti. Il parlamentare pidiessino Luciano Violante avallò l’attacco e il Csm avviò un’inutile inchiesta interna.

I fedelissimi di Orlando insinuarono persino che il fallito attentato all’Addaura del 20 luglio 1989 Falcone se lo fece da solo. L’assalto al magistrato prese vigore soprattutto quando accettò di andare a dirigere gli Affari penali al ministero della Giustizia col socialista Claudio Martelli, al quale Violante consigliò di lasciar perdere: «Non insistere, il tuo cavallo non passa».

Sandro Viola, su Repubblica, firmò un articolo dal contenuto eloquente. Scrisse che non era più capace di «guardare a Falcone con rispetto», lo indicò come un uomo colpito da «febbre di presenzialismo», lo invitò ad «abbandonare la magistratura» e, infine, lo dipinse come un «guitto televisivo» alle prese con una «eruzione di vanità».

Anche l’avvocato Alfredo Galasso, parlamentare della Rete di Orlando, chiese a Falcone di «andarsene il più presto possibile dai palazzi ministeriali», e anche Armando Spataro, attuale procuratore capo di Torino, bocciò l’idea della superprocura, affermando che il giudice aveva «fatto una ferraglia e ora vuole guidarla lui», e firmò una lettera per rimproveragli di «apparire pubblicamente a fianco del ministro».

Subito dopo la strage, il procuratore Ilda Boccassini prese la parola in un’aula del Tribunale di Milano e smascherò l’ipocrisia galoppante di molti suoi colleghi: «Avete fatto morire Falcone con la vostra indifferenza (...). Le parole più gentili per Giovanni, soprattutto da sinistra e da Magistratura democratica, erano di essersi venduto al potere. C’è tra voi chi diceva che le bombe all’Addaura le aveva messe Giovanni o chi per lui. Ditelo adesso e voltiamo pagina».

Rimasero tutti zitti.

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