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"Prego per il povero Marcello. Quanti guai per noi amici di Silvio"

Parla Emilio Fede dopo il malore di Dell'Utri

Difficilissimo trovare libera la linea del cellulare di Emilio Fede, sempre occupato. Perse quasi le speranze, è lui a richiamare ed esordisce con una battuta: «Mi sa che è il tuo telefono a non funzionare bene». L’occasione, in realtà, non è molto lieta. Riguarda il malore che ha colpito Marcello Dell’Utri, già braccio destro di Berlusconi, mentre è detenuto nel carcere di Rebibbia per concorso esterno in associazione mafiosa. Ora si trova presso l’unità coronarica del Pertini. Fede sospira e si fa serio: «La prima reazione che ho è questa: Marcello ti voglio bene. E come me sono tanti a volergliene. Marcello Dell’Utri è un grande cattolico, dobbiamo pregare tutti per lui, perché ognuno di noi ha qualche motivo per ringraziarlo. Io lo conosco da tantissimi anni e posso testimoniarne la grande cultura che, sono sicuro, lo ha aiutato a resistere nella detenzione. Fosse capitato a me, claustrofobico, sarei andato al Creatore prima del tempo».

 

Come vanno le cose direttore? Adesso di cosa si occupa?

«Ho scritto un libro, Se tornassi ad Arcore , pubblicato da Marsilio. Un titolo che ha due accezioni a seconda di come lo si pronuncia. La prima è con tono deciso: se tornassi ad Arcore... sarebbero cavoli amari. La seconda è più sospirata: se tornassi ad Arcore... che rimpianto! Comunque sto scrivendo un altro libro, sempre per Marsilio, si intitolerà Ruffiani : dalla A alla Z, perché racconta il tradimento di tanti verso Berlusconi che invece merita solo riconoscenza. E ti anticipo già da ora che a luglio convocherò una conferenza stampa in cui dirò tutto ciò che non è stato detto».

 

Riguardo a cosa? Le famose cene di Arcore?

«Ma no. Su quelli che hanno tradito Berlusconi».

 

Parlerà anche della sua fine del rapporto con Mediaset?

«Allora, qui va detto che io non ho avuto dissidi né con Berlusconi, né con Confalonieri. Ma con una persona della quale in quell’occasione farò il nome. Mi dispiace di esser stato sollevato dall’incarico senza la possibilità di salutare i colleghi».

 

Un periodo è stato molto attivo sui social.

«Ma lo sono ancora! Solo che qualcuno usa impropriamente il mio nome, fa i profili falsi e allora escono i casini».

 

Certo però che se uno va a guardare, lei fuori dalle scene, Dell’Utri detenuto... poi la parabola di Previti... chi era vicino a Berlusconi nella prima ora non ha avuto un bel destino.

«Dipende. Eravamo in parecchi al tavolo attorno al quale si discuteva della discesa in campo di Berlusconi. Sono ancora pienamente attivi Gianni Letta, Fedele Confalonieri, Adriano Galliani, se vogliamo anche Mentana e Costanzo. Poi, però, se uno guarda ai berlusconiani in senso stretto, anche perché attivi in Forza Italia, be’, sì, sono un po’ tutti spariti. Intorno a Berlusconi non c’è più Antonio Martino, lo stesso Dell’Utri, la storica segretaria Marinella Brambilla. Tutte persone che hanno dato a Berlusconi la forza di compiere un’impresa che rimarrà certamente nella storia».

 

Lei, con il suo Tg4 , rappresentava la devozione mediatica verso Berlusconi.

«Avevo portato il mio Tg4 ad avere un grande successo, soprattutto tra le persone anziane. Ti dico una cosa. Mentre sto parlando ho tra le mani la prima pagina del Manifesto del 2004. C’è una mia foto e il titolo a tutta pagina: "Volto di fiducia". Questo a conferma che ho dato un’impronta molto importante all’informazione. A Mediaset l’ho fondata io, a partire da Studio Aperto ai tempi della Guerra del Golfo. Io, che ero stato direttore del Tg1 , fui assunto da Berlusconi su consiglio di Craxi, che lo chiamò e gli disse: "È il giornalista più popolare in Italia dopo Biagi, prendilo". Non sono mica andato con il cappello in mano! In 24 anni ho fatto dodici giorni di vacanza. Entravo in redazione la mattina, uscivo la sera».

 

Cosa rimpiange degli anni ruggenti del berlusconismo?

«Mi manca l’atmosfera gioiosa, di quando si stava tutti insieme. Ma non il bunga bunga, quella roba lì, intendo le cose serie. Io praticamente ero nella famiglia di Berlusconi. Per me era famiglia Veronica, oppure Marina, Barbara. Era famiglia Confalonieri. Ci si raccontava le cose, come in un sogno che ora si sta disperdendo».

 

Ora sono obbligato a chiederle un aneddoto.

«Le dico intanto una particolarità. Quando Berlusconi viene intervistato, lo fanno innervosire quei giornalisti che abbassano lo sguardo per leggere la domanda successiva. Lui vuol sempre essere guardato negli occhi. Quanto agli aneddoti, ce ne sono tanti, perché io e Berlusconi stavamo sempre insieme. Una volta passeggiavamo nel parco di Arcore, e scendemmo nel mausoleo che per lui aveva realizzato lo scultore Pietro Cascella. Lo vidi rabbuiarsi e gli chiesi se fosse pensieroso, e lui rispose: "No, no, ho pensato che qui fa troppo freddo, bisogna fare in modo di scaldarlo!"».

 

Ah, il famoso mausoleo. Narrazione vuole che lì fosse pronto il posto per tutti i fedelissimi. È vero che lei non aveva il suo e lo voleva?

«No, no, io lo avevo eccome. Ma ora non se ne parla più, perché tanto è una cosa che non si può fare. Ormai sono cose passate».

 

Oggi (ieri per chi legge ndr ) ironia della sorte è il 13 maggio 2016. 15 anni fa, Berlusconi stravinceva le elezioni dopo la «traversata nel deserto». Cosa è sparito di Berlusconi nel Paese?

«Se parliamo di Forza Italia, ne è sparito un bel po’. Di Berlusconi, invece, non è sparito nulla, i detrattori si mettano pure l’anima in pace. Quando cammino per strada un sacco di gente mi incontra e mi chiede: "Di’ a Silvio questo... digli quest’altro". È un continuo».

 

Ma lei lo sente più?

«I miei rapporti con lui resteranno di grande, grande amicizia e rispetto reciproco. Le vicende giudiziarie hanno impedito una frequentazione assidua perché eravamo coimputati in un ramo del processo Ruby, da cui poi la Cassazione mi ha tirato fuori. Per cui ci siamo sentiti non spessissimo, solo quando necessario. Ci telefoniamo in occasione del Natale, per gli auguri di compleanno. L’ho sentito anche qualche settimana fa, per Pasqua. Ormai siamo ottantenni, io sono più vecchietto di lui, e ripenso a tutto con grande affetto ed entusiasmo. Ancora ci sono le immagini di quando cantavo l’inno di Forza Italia, o di quando mi commuovevo a una vittoria elettorale. Era tutto vero, tutto autentico».

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