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Il centrodestra di domani ritrovi credibilità

L'intervento di Antonio Cilento ("La Cosa Blu")

Il centrodestra ha forse colto l'occasione per evitare che Roma rappresenti la sua alba e il suo crepuscolo. Il processo politico appena messo in moto può forse consentire di superare quella “vocazione minoritaria” cui sembrava condannata una colazione immemore di aver governato e, in alcune regioni, di governare. Infatti, soltanto lo smarrimento di questa consapevolezza può giustificare l’attitudine a sorvolare sulla complessità della realtà. Si può gettare un seme di capace di generare un'area di rappresentanza "liberal-conservatrice", stanca di un agire politico finalizzato, più che alla competizione per governare, all’obiettivo della sopravvivenza, surrogato 2.0 meno nobile della testimonianza di missina memoria. Non si può continuare a semplificare temi estremamente difficili, appagando l’esigenza dell’efficacia mediatica, un po’ meno quelle del realismo politico e della cultura di governo, richieste dal contesto macroeconomico e geopolitico. L’evocazione delle ruspe contro il politicamente corretto e le dicotomie immaginifiche - popoli vs banche, cittadini vs euro burocrati, italiani vs immigrati, disoccupati vs poteri forti - sono indubbiamente suggestive fonti di popolarità ma sono in grado di rappresentare il programma di un’alternativa di governo? O sono destinate soltanto ad essere le parole d’ordine dell’opposizione?

 

 

È noto, infatti, come la differenza tra l’essere una - seppure elettoralmente solida - forza di opposizione e il rappresentare una credibile alternativa di governo non sia di poco conto. Sorge, in proposito, il dubbio che proprio il centrodestra come finora lo si conosce - non quello potenziale -sia funzionale a quel che Marco Pannella chiamerebbe “la scelta dell’antagonista”: forse Renzi non potrebbe desiderare avversari migliori, dal suo punto di vista, come dimostra la presenza mediatica francamente spropositata tributata ad alcuni soggetti.

 

 

Il nodo politico sotteso all’interrogativo può sciogliersi richiamando non la necessità di una Weltanschauung (anche per evitare che qualcuno la ritwitti come terzino del Bayern) ma di una cultura politica consapevole del fatto che candidarsi a governare oggi non consiste nel redigere l’elenco delle necessità né nell’ergersi a portavoce dei bisogni dei cittadini ma nell’individuare priorità realizzabili sotto il profilo economico-finanziario. Questa impostazione, che non si smarrisce quando si è collocati all’opposizione, genera la capacità di rivolgersi ad una vasta platea di cittadini e l’attitudine ad interloquire con gli ambienti più dinamici della società, in modo da costruire un’area politica ampia. Finalmente si prende atto che il centrodestra della "foto di Bologna " non è più capace di interpretare politicamente – per tante ragioni – un’alleanza sociale maggioritaria, che si è disgregata negli ultimi anni ed è dispersa in diverse forze politiche o si rifugiata nell’astensionismo. E per ricostruire le ragioni della coesione non basta la propaganda: non sempre il populismo, come atteggiamento prima che come cultura, è maggioritario.

 

 

È però la via d’uscita più facile per opporsi (non per essere alternativa) alle fluide e post ideologiche politiche renziane: è più comodo dire no al jobs act che promuovere un mercato del lavoro, che tenga conto anche delle parti positive della riforma Fornero; dire no agli immigrati, che concepire un modello di integrazione alternativo sia all’assimilazionismo sia al multiculturalismo; opporsi alle “trivelle” che proporre soluzioni sul fabbisogno energetico; solleticare tassisti, venditori ambulanti e balneari che chiedere di liberalizzare settori di mercato; declamare le richieste del “territorio” che battersi per l’abolizione di regioni e municipalizzate; essere sensibili alle proteste dei docenti che rendere competitive scuola e università nella formazione; strizzare l’occhio ad ogni organizzazione sindacale che chiederne una radicale riforma, secondo le medesime - peraltro popolari - istanze rivolte ai partiti politici; chiedere la flat tax senza indicare contestualmente e puntualmente gli interventi di riduzione della spesa pubblica.

 

 

Così come può riscuotere consenso reclamare il dovere di “battere i pugni sul tavolo davanti ai tecnocrati di Bruxelles”; più complicato è spiegare che nell’attuale Unione Europea, oggetto giustamente di critiche unanimi, la maggior parte delle decisioni viene assunta in sede di Consiglio, cioè dagli Stati nazionali: gli stessi che, in quella logica, dovrebbero riappropriarsi della sovranità, quasi che si trattasse di cedere sovranità a una potenza straniera e non di partecipare alla sfida di costruire una sovranità europea condivisa. Fa sicuramene audience invocare barriere giuridico-economiche senza accorgersi dei vantaggi che traiamo dal fatto che il mercato europeo è il nostro mercato e il diritto europeo è il nostro diritto. Il che dovrebbe semmai comportare il coraggio politico di richiedere una maggiore e più efficace integrazione europea, informata ai principi dì gradualità e sussidiarietà, in un contesto caratterizzato ormai dall’arretramento del potere pubblico in favore dell’autoregolamentazione dei privati e dal ruolo delle autorità indipendenti, la cui azione è strettamente legata ai principi UE.

 

 

Si tratterebbe, allora, di ripensare il ruolo dello Stato – non più detentore del monopolio della sovranità né della regolazione normativa - rafforzandone l’autorevolezza, ad esempio nella garanzia della legalità, intesa quale presupposto e non ostacolo rispetto allo sviluppo economico, e diminuendone i compiti: superare lo statalismo ma recuperare la cultura dello Stato e il senso delle istituzioni, che gli emuli nostrani del lepenismo non sembrano aver colto dal modello di riferimento, il quale almeno non ha esitato a concepire la lotta al terrorismo come sfida di tutta la repubblica e non come terreno di battaglia politica interna.

 

 

Di fronte a tutto ciò l’offerta politica attuale è insufficiente. Occorre aprirsi, come forse da oggi è possibile,non consolidare le proprie rendite di posizione: aprirsi a quelle realtà oggi non organiche ai partiti nè organizzate ma che devono con più efficacia stimolare il dibattito delle idee e acquisire visibilità in ragione della qualità della proposta e della classe dirigente, possibilmente composta dai tanti giovani preparati che ci sono. A patto che giovane età e struttura culturale non costituiscano i termini di due nuove dicotomie fasulle, giovani/anziani e politici/tecnici: questo perché è necessario un patto intergenerazionale nel nome del rinnovamento delle idee; inoltre, dai tempi di Aristotele, la politica è essa stessa una tecnica (tra le più difficili) ed oggi se ne avverte il deficit, così come si scontano gli effetti della sottovalutazione della necessità di formare una burocrazia autorevole e indipendente. Lo sforzo di questo tempo è mettere in rete “un arcipelago della credibilità” per una concezione “maggioritaria” del centrodestra.

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