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Italia decisa su Regeni ma non sui marò

Abbiamo ritirato l’ambasciatore al Cairo ma con l’India ci siamo piegati Gli interessi economici e militari hanno prevalso sulla difesa dei fucilieri INTERVISTA «Giusta reazione col Cairo, umiliati da New Delhi»

Italia decisa su Regeni ma non sui marò

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Bisogna rinunciare al diritto di essere di parte, alla tentazione di essere meschini, alla licenza di essere piccini. Perché è facile, davanti alla rigorosa reazione italiana - richiamato dal Cairo l’ambasciatore Massari - ricordarsi che per i marò - due servitori dello Stato, non due ricercatori accademici per conto di un’università inglese - mai nessun governo ha preso posizioni così decise. Al contrario, con l’India siamo stati poco più di uno zerbino. È bastato, quando l’Italia aveva detto, in occasione del permesso che consentiva in occasione delle consultazioni elettorali del 2013, che i due fucilieri di Marina sarebbero rimasti in Patria, è bastato che venissero annunciate alcune limitazioni negli spostamenti dell’ambasciatore Mancini a New Delhi, reo di aver firmato un affidavit, di essersi fatto garante del ritorno dei due in India, per farci tremare, per fare marcia indietro, passando sopra perfino alle considerazioni di buon senso dell’allora ministro di Giustizia, Paola Severino, che faceva notare come reinviare in India due cittadini italiani indagati per un reato per il quale la pena di morte non era esclusa fosse contrario al dettato costituzionale. Con Giulio Regeni non sta andando così. E dobbiamo rallegrarcene, perché vuol dire che le parole ferme, forti, di due genitori hanno lasciato il segno. Perché vuol dire che la verità dev’essere più forte di ogni realismo politico, di ogni considerazione economica. Perché vuol dire che la memoria di un ragazzo che potrebbe essere figlio, o fratello, di ognuno di noi va difesa anche correndo qualche rischio: isolare il generale Al Sisi - un baluardo contro l’estremismo dei Fratelli musulmani e contro lo Stato Islamico che scorrazza nel Sinai - e affossare definitivamente, con il turismo, l’unica fonte di guadagno per milioni di egiziani, giocarci un partner decisivo per la stabilizzazione della Libia. Lo stiamo correndo questo rischio, incollandoci di fatto al programma dei Fratelli musulmani: affondare il turismo, mandare in rovina le relazioni internazionali di un regime alleato, ma ottuso e maldestro, e spalancare la strada a una Libia in cui la Fratellanza musulmana possa liberasi del generale Haftar e del governo di Tobruk.

Siamo davvero così coraggiosi, siamo finalmente di nuovo padroni di una linea chiara nelle politiche del Mediterraneo ? Non lo scriviamo noi - lo ha fatto La Stampa - che gli inglesi (nonostante gli studi di Giulio Regeni, che continuano a non sembrarci così micidiali per il regime, sul sindacalismo egiziano fossero commissionati da professori dell’Università di Cambridge) sono interessati a approfondire la crisi tra Egitto e Italia perché ingolositi dal giacimento di gas scoperto dall’Eni. Non è un mistero che Obama sia stanco dello scomodo alleato Al Sisi, e che abbia contato, nel rapido consolidarsi del governo per metà libico per metà onusiano di Al Serraj, sull’aiuto dei Fratelli Musulmani, che hanno richiamato all’ordine sia le milizie di Misurata che il governicchio di Tripoli, chiedendo in cambio la testa del governo di Tobruk, fino a poche settimane prima l’unico riconosciuto internazionalmente e ancora oggi l’unico sostenuto da Al Sisi.

Siamo pedine, noi italiani, con tutti i nostri buoni sentimenti. Ma va bene così: la verità su Giulio Regeni, se Al Sisi, riverentemente intervistato da La Repubblica, non capisce che deve cambiare strada, e rinunciare ai suoi squadroni della morte, se non capisce che la lotta al terrorismo non equivale a una licenza a uccidere, merita che si sia duri. Ma è giusto ricordare anche che non lo siamo stati, e continuiamo a non esserlo per due marò. Lì, abbiamo accettato che la vendita di armi all’India fosse un interesse più forte della verità, e dell’innocenza di due servitori dello Stato. Latorre e Girone furono ricevuti con tappetino rosso al Quirinale, e di recente lo stesso Latorre, con il Capo di Stato Maggiore della Marina è stato ricevuto dal presidente Sergio Mattarella. Vi sembra possibile che due Capi dello Stato ricevano al Quirinale dei militari che, fosse pure per sola imperizia e sbadataggine, hanno sbagliato, sparando a due pescatori scambiati per pirati? Se li ricevono, vuol dire che sanno che quando i due rivendicano la loro innocenza, dicono il vero, e le supreme cariche debbono compensare con un omaggio il loro sacrificarsi per un interesse superiore, la loro disciplina, la loro obbedienza.

Non sono solo le istituzioni a usare un doppio standard, una doppia morale: quanti striscioni ha confezionato Amnesty International sui due marò, quanti comuni italiani li hanno esposti? Certo, da una parte c’è una morte brutale, su cui ogni verità arriverà troppo tardi, e dall’altra non è in ballo la vita o la morte, c’è solo l’umiliazione di due sottufficiali, c’è solo un ictus, c’è solo il silenzio di un Salvo Girone qualunque chiuso nell’ambasciata di New Delhi, ma c’era anche la possibilità di fare qualcosa, di mutare il corso delle cose. Cittadini di seria A e di serie B? Un ragazzo che assomiglia ai nostri figli, eterni studenti, cittadini del mondo, sognatori, e due italiani del profondo sud, con una divisa indosso, e forti solo di parole sdrucite come patria e disciplina: dove corre la correttezza politica? Chi è stato citato nei messaggi di fine anno dal Quirinale? I due marò, simbolo di un’Italia messa male, o l’ufficiale medico della Marina militare che aiuta una migrante a partorire su una nave di Mare Nostrum, o l’astronauta italiana?

Non preoccupatevi, ci sono anche i cittadini di serie C. Come i lavoratori Failla e Piano, e la verità sulla loro morte che una vedova e delle figlie senza più padre hanno chiesto inutilmente su un sequestro durato otto mesi, su una trattativa oscura, sul ruolo di un terrorista – Moez Fezzani, assolto da un tribunale di Milano - su una morte in circostanze mai chiarite. Dice, lo standard del dolore pubblico, che le parole forti e nobili della madre di Giulio Regeni, insegnante, sono ammirabili per la compostezza, come lo erano state le parole dei genitori di Valeria Solesin? D’accordo, ma chi ha il coraggio di dire che la rabbia della vedova Failla, il suo dolore del sud, debba valere di meno? Che la sua richiesta di verità debba valere di meno? Che il riserbo di Vania Ardito e di Paola Moschetti Latorre debba essere preso come una pazienza infinita? Ci sono ancora italiani che non distinguono, che non hanno triple morali, che sanno che di vendita di armi e di giacimenti di gas questo paese alle strette non può fare a meno, che sanno che l’India conta molto più di noi, che ammettono che non possiamo tirare la corsa ai Fratelli musulmani in Egitto o in Libia, eppure considerano irrinunciabili la dignità e la verità di ogni famiglia, di ogni italiano, vivo o morto. Il partito della Nazione, cari Renzi e Gentiloni, esiste già: è fatto da madri e padri, donne e uomini qualunque che chiedono verità per Giulio Regeni, giustizia per i marò e un po’ di attenzione anche per una famiglia siciliana il cui urlo ha avuto molte meno attenzioni e destato meno polemiche della famiglia Riina.

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