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"Così mi hanno ingannata" Storia di una madre surrogata

Un’americana che ha affittato l’utero a una coppia omosessuale "Mi hanno strappato la bambina, da 6 anni non posso vederla"

«Non ho firmato una riduzione in schiavitù. Ma i contratti per l’utero in affitto sono contratti di schiavitù, perché non ti danno la possibilità di comprendere cosa succede davvero. I bambini non sono oggetti: la maternità surrogata è un errore enorme. Il desiderio di una coppia non può cancellare i diritti dei bambini prima ancora che nascano». Elisa Anna Gomez, americana del Minnesota, ha raccontato nella sala Nassirya del Senato la sua storia di madre surrogata. Una vicenda raccapricciante, figlia della miseria e della disperazione.

Elisa aveva già due figli («ora il maschio è arruolato nell’Aeronautica e la femmina studia per diventare medico legale» racconta orgogliosa) quando si è trovata a doverli crescere da sola, nel 2006. Senza un lavoro, senza un aiuto, senza un avvocato decide tramite internet di mettere il suo utero a disposizione di una coppia di omosessuali in cambio di 8000 dollari e della garanzia che sarebbe rimasta a tutti gli effetti la madre. «All’inizio sembravano gentili - ha spiegato - Invece quando sono entrata in travaglio è diventato un incubo». Una volta nata la bambina (concepita in vitro) i due gay riportano Elisa a casa (o meglio, la «scaricano») e si portano via la neonata. «Ero confusa, sono stata malissimo, non mangiavo, non facevo la doccia. I miei figli, che avevano visto la sorellina in ospedale, erano arrabbiatissimi. La coppia di committenti ha tagliato le comunicazioni. Sono stata ingenua. Nessuno dei due era sul certificato di nascita, quindi legalmente era un rapimento ma le autorità non mi hanno aiutato».

Inizia così una lunga battaglia legale e per Elisa oltre al danno arriva la beffa. «Il primo giudice mi ha voluto punire, mi ha permesso di vedere mia figlia per 4 ore al mese solo per un paio di mesi. C’è stato un accordo tra lei e l’assistente sociale che ha mentito 18 volte. Solo dopo ho saputo che facevano parte della comunità lgbt. Il giudice mi ha mandato da 8 psicologi ma quando tutti hanno dichiarato che stavo bene ha sostenuto che erano loro a non andar bene. Ha stabilito che ero solo una donatrice di materiale genetico, mi ha vietato di vedere mia figlia però mi ha ordinato di pagare 600 dollari al mese per il suo mantenimento. Finora ho versato 22.000 dollari». Non solo: le ha imposto la censura, vietandole di parlare pubblicamente della sua vicenda pena l’arresto. Un divieto che Elisa ha aggirato con una testimonianza sotto falso nome al Senato del Minnesota. La vicenda legale va avanti ma la donna non vede sua figlia da oltre sei anni e non sa dove vive. «La stepchild adoption - ha detto la Gomez - farà diventare molte donne come me una realtà. Altruistica o commerciale la maternità surrogata non tiene conto dei diritti della madre e soprattutto dei bambini».

«L’unica soluzione - ha commentato Toni Brandi di Provita Onlus - è proibire la maternità surrogata». E accanto a lui il senatore Lucio Malan (FI) ha ribadito il «no allo schiavismo riproduttivo: con la stepchild adoption un bambino può essere fatto in questo modo e non penso che in India, in Bangladesh, in Vietnam o in Nepal ci siano maggiori garanzie che nel Minnesota».

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