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L’Italia nel pallone per evasione fiscale

Le carte dell’inchiesta "Fuorigioco". False fatturazioni: 64 indagati Coinvolti alti dirigenti, procuratori e calciatori famosi di serie A e B REAZIONI Società tranquille: "Nessun illecito"

La Guardia di Finanza smonta l’ennesima frode. L’inchiesta - denominata Fuorigioco - è stata condotta dai pm di Napoli Danilo De Simone, Stefano Capuano e Vincenzo Ranieri, coordinati dal procuratore aggiunto Vincenzo Piscitelli. L’indagine - nata nel 2013 con gli uomini della Guardia di Finanza nella sede del Napoli per acquisire i documenti del trasferimento di Ezequiel Lavezzi - è andata avanti nei mesi successivi con perquisizioni nelle sedi di gran parte dei club di Serie A e Serie B per prelevare ulteriori documentazioni. Ieri il Nucleo di Polizia Tributaria di Napoli ha eseguito - su richiesta della Procura della Repubblica di Napoli - un decreto finalizzato al sequestro di somme di denaro, beni immobili e quote societarie, per un ammontare complessivo di oltre 12 milioni di euro, nei confronti di 64 soggetti operanti nel settore del calcio professionistico. Le Fiamme Gialle hanno perquisito anche la sede del Milan visionando alcuni documenti. L’attività dell’indagine ha consentito di accertare l'esistenza di un radicato sistema finalizzato ad evadere le imposte, posto in essere da 35 società calcistiche di serie A e B nonché da oltre un centinaio di persone fisiche tra presidenti, dirigenti, calciatori e procuratori sportivi. I destinatari del provvedimento sono diversi soggetti che - nel periodo dal 2009 al 2013 - secondo l’indagine investigativa si sono resi responsabili in maniera sistematica di reati tributari, mediante condotte fraudolente esclusivamente finalizzate ad evadere il Fisco. Sempre secondo gli inquirenti, il meccanismo fraudolento sarebbe stato architettato per sottrarre materia imponibile alle casse dello Stato, e sarebbe stato adottato nel contesto delle operazioni di compravendita dei calciatori. I procuratori - secondo la tesi accusatoria - avrebbero fatturato in maniera fittizia alle sole società calcistiche le proprie prestazioni, simulando che l'opera di intermediazione fosse resa nell'interesse esclusivo dei club, mentre di fatto venivano tutelati gli interessi degli atleti assistiti dagli agenti medesimi. Sessantaquattro gli indagati. Ora la palla passa alla Procura federale (Simone Pieretti).

 

 

L'INCHIESTA Ci sono le società più blasonate della massima serie e quelle invece che si dimenano tra serie B e Lega Pro; ci sono i grandi nomi di star che calcano i prati magici delle notti di champions e quelli di onesti faticatori della pedata che difficilmente restano sotto i riflettori a lungo. E ancora manager di grido mischiati a semi sconosciuti faccendieri che si muovono nel sottobosco del calcio che conta: mondi diversi che generalmente si sfiorano appena e che invece sono finiti, tutti, senza distinzioni dettate da titoli in bacheca o ricchezza del conto in banca, nella maxi inchiesta «Tramonto» della procura di Napoli che, con il sequestro di ieri, ha certificato da parte degli indagati «una sistematica pratica contrattuale di agenti di calciatori e delle società calcistiche professionistiche a porre in essere operazioni commerciali fiscalmente elusive, sia nel comparto delle imposte dirette che dell’Iva». E così, senza essere legati tra loro, società come il Milan, il Napoli o la Juventus e come l’Andria, lo Spezia o la Ternana si erano uniformati nel medesimo comportamento per frodare il fisco con un sistema ingegnoso che consentiva – attraverso fatturazioni farlocche – di nascondere all’erario le (spesso) sontuose parcelle dei procuratori.

Un metodo che, sostengono i giudici, sarebbe diventato vero e proprio «sistema». Gli investigatori della guardia di finanza, analizzando centinaia di atti sequestrati nei mesi scorsi, hanno così stabilito che «nei casi esaminati le fatture emesse documentano un servizio di assistenza reso dal procuratore nell’interesse del club, in luogo di un’attività sostanzialmente analoga ma svolta a favore del calciatore, il quale ultimo è la controparte nella trattativa con il club medesimo. La differenza – sottolineano i pm nella richieste di sequestro – è di non poco conto».

Nella sostanza, il compenso guadagnato dal procuratore al momento della vendita o del rinnovo del «cartellino», non veniva pagato dal giocatore (per il quale agiva il procuratore stesso) ma dalla società per cui lo stesso procuratore (in barba a interviste, dichiarazioni e alle migliaia di ore di trasmissioni televisive dedicate al calciomercato) risultava, fittiziamente, sotto contratto temporaneo. Tra i nomi eccellenti finiti nell’indagine partenopea, l’ad del Milan Adriano Galliani (indagato per i contratti del giocatore, nel giro della nazionale di Antonio Conte, Antonio Nocerino) l’ex presidente bianconero Jean Claude Blanc (finito nell’inchiesta in merito al trasferimento di Nicola Legrottaglie al Milan); e ancora il patron della Lazio Claudio Lotito (sotto indagine il trasferimento di Pasquale Foggia alla Sampdoria e per il prestito di Peppe Sculli al Genoa) e quello del Napoli Aurelio De Laurentis (per l’acquisto, dal Pescara, di Emanuele Calaiò) e del patron della fiorentina Della Valle (per il trasferimento di Adrian Mutu dalla Juventus alla Fiorentina).

Il sistema usato era sempre lo stesso: sulla carta il procuratore (Moggi Junior è il nome più ricorrente tra i grandi faccendieri del mercato calcistico italiano finiti nella rete tesa dalle fiamme gialle) che curava gli interessi dei numerosi clienti in calzoncini e magliette, veniva messo sotto contratto dalle società a cui poi emetteva fattura per la consulenza, risultando, di fatto «in evidente conflitto d’interessi». Un sistema semplice ma che conveniva a tutti gli indagati e che consentiva, in alcuni casi, di fatturare le operazioni (vere) con contratti (fasulli), depositati in paesi a fiscalità «facilitata», come nel caso del trasferimento di Ezequiel Lavezzi dal Napoli al Paris Saint Germain per cui Alessandro Moggi ha emesso fattura da 2, 5 milioni di euro «da considerarsi soggettivamente falsa nella misura in cui attesta l’esecuzione di prestazioni (quella di assistenza nelle trattative) rese da un altro soggetto, l’agente Mazzoni (agente del calciatore), pari a complessivi 1.686.000 euro. tale condotta – sottolineano i giudici – veniva posta in essere con lo specifico fine di consentire l’evasione sia al Lavezzi (che per effetto di tale fattura poteva dedurre in Francia il costo dell’agente; circostanza, questa, non possibile nel caso in cui la prestazione l’avesse fatturata interamente Mazzoni non titolato a svolgere la professione d’agente in Francia) che allo stesso Mazzoni (che in tal modo riusciva ad occultare i proventi derivanti dalla sua attività)».

Un giochino semplice che, fisco italiano escluso, conveniva a tutti gli attori. Un giochino così gustoso che ha finito per interessare 41 società di calcio (oltre ai top team infatti sono stati passati al setaccio le operazioni, tra le altre, di Piacenza, Albinoleffe, Atalanta, Sampdoria, Chievo Verona, Torino, Brescia, Udinese, e Palermo) e calciatori del calibro di Gustavo Denis, Adrian Mutu, Ciro Immobile, Herman Crespo, Marek Jankulovski, Cristian Molinaro e persino dell’eroe del Triplete interista, Diego Alberto Milito.

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