Metodo Expo? Una bufala da non esportare a Roma

Caro Direttore, siamo ancora sicuri che il modello Expo sia un esempio da esportare a Roma? Non è questione di essere gufi, ma la realtà è davvero diversa da quella che viene descritta. Chiunque abbia assistito ad un grande evento internazionale oppure sia stato magari soltanto a Gardaland o a Mirabilandia, per non parlare di Disneyland, conosce i meccanismi ben oleati di questi luoghi. Non è un successo aver avuto file, pure di nove ore, solo per entrare nei padiglioni con i visitatori che, una volta dentro, non riuscivano neanche a capire lo spirito che animava i pochi stand che riuscivano a vedere. Così come non può essere considerato un successo il costosissimo Albero della vita e il suo spettacolino quotidiano che è niente rispetto, ad esempio, alla Fontana del Mall di Dubai, dove, tra l'altro, nel 2020 l’Expo riaprirà, facendo impallidire tutte le facce festanti della cerimonia di Milano del 31 ottobre. Facendo un’analisi obiettiva, nella migliore delle ipotesi questi sei mesi sono stati una clamorosa dimostrazione di disorganizzazione e, nella peggiore una vera mistificazione, visto il prezzo del biglietto e dei generi di conforto. Se poi si solleva il velo dei numeri dei visitatori, le cifre ballano. Nessuno parla di biglietti realmente venduti, distinguendoli da quelli svenduti o addirittura regalati a pacchi. I tornelli, depositari di questo segreto, tacciono, ma già si dice che il deficit di gestione supererà i 200 milioni di euro. Expo2015 è iniziata male, con i terreni pagati dieci volte il loro prezzo e l'intervento della magistratura; nei mesi caldi dell’estate è vivacchiata peggio, e solo dopo, grazie ad un immane sforzo di comunicazione, è diventata finalmente un evento. Ma all'evento il super commissario Giuseppe Sala si è trovato del tutto impreparato nonostante avesse sbandierato per tempo cifre favolose di visitatori previsti soprattutto dall'estero. Le code sono un fatto matematico e vanno organizzate, come succede in ogni grande avvenimento. Gestirle è un problema ormai risolto ovunque, tranne per l’Expo milanese. Un’idea, almeno di buona volontà, per eliminare il disagio negli ultimi mesi, poteva essere organizzare delle notti bianche, lasciando padiglioni e cancelli aperti per 24 ore, favoriti anche dal bel tempo. Oppure semplicemente mettere in piedi un sistema di prenotazioni. Per non parlare del fallimento più grave, quello insito nel tema dell’Expo "Nutrire il pianeta, energia per la vita" che si è rivelato uno slogan finalizzato a politicanti di mezzo mondo in visita turistica in Italia e non ha prodotto, come invece avrebbe dovuto, alcun dibattito che portasse risposte concrete. Ma le inefficienze e i malumori per Expo non sono finiti il 31 ottobre. Nelle procedure di “dismantling”, lo smontaggio dei padiglioni, addirittura gli stessi addetti ai lavori hanno dovuto fare code di ben cinque ore, soltanto per ottenere il pass di accredito. Per non parlare della confusione amministrativa di questi ultimi giorni. Al termine del loro servizio, le aziende che hanno lavorato per l’Expo hanno emesso, ovviamente, le loro fatture, ma si sono accorte che i relativi contratti d’appoggio non erano ancora stati firmati! Non è stata quindi né una fiera né un parco divertimenti e neppure, purtroppo, un laboratorio di soluzioni per la fame nel mondo. Al prefetto Paolo Francesco Tronca, che con tante aspettative è arrivato a Roma, qualcuno ricordi che la Capitale ha gestito i grandiosi funerali di Giovanni Paolo II, nel massimo ordine e senza il caos dei cancelli di Rho. Che c'entra quindi trasferire il modello di un'esposizione caotica in una grande capitale che ha solo bisogno di una classe politica e dirigente credibile. C’è chi pensa che a furia di delegare la politica a prefetti, magistrati e authority di ogni tipo, il rischio è che alla fine ci troviamo i generali. Meno male però che almeno in Italia l'unica guerra che i generali sanno fare è quella tra di loro, come ricordava sempre Giulio Andreotti, popolano romano doc.