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Tutti i parlamentari sempre in prima linea ad accusare gli agenti

Quanto accaduto nella giornata inaugurale dell’Expo richiama l’attenzione su un vecchio, genetico vizio di certa sinistra. Da un lato l’attrazione verso il mondo antagonista, dall’altro, invece, un atteggiamento vagamente persecutorio verso le Forze dell’Ordine. La mattanza di Milano, in qualche caso, ha generato qualche repentino «cambio di campo», che tuttavia non cancella prese di posizione del passato. È il caso, ad esempio, di Beppe Grillo. Il leader di M5S l’altro ieri non faceva mancare il suo «pieno sostegno alle Forze di Polizia e ai vigili del fuoco impegnati contro i vandali». Ma nel 2011, durante uno dei giorni più caldi della protesta in Val di Susa, definiva le Forze dell’Ordine, in modo vagamente sprezzante «nostri dipendenti in divisa» e si lanciava in un fantasioso paragone: «I poliziotti italiani utilizzerebbero armi chimiche contro il popolo dei No-Tav, come i pretoriani di Saddam Hussein». Se a Grillo va l’Oscar dell’incoerenza, quello della valutazione più sballata è meritato da Mirko Mazzali, già capogruppo di Sel al Comune di Milano. «Saranno manifestazioni non violente», diceva qualche giorno fa a La Telefonata di Belpietro, mentre assicurava: «Abbiamo chiesto che gli avvocati possano assistere agli interrogatori di eventuali manifestanti fermati e portati in Tribunale». Certo. E poco importa che già da giorni numerosi blitz avessero portato al rinvenimento di oggetti inequivocabili (mazze ecc): «Non mi sembra che la situazione sia particolarmente grave. Sono stati trovati degli arnesi, ma non so neanche se ci sia un collegamento diretto con i fermati». D’Altronde, Sel non ha mai nascosto il suo amore per l’universo antagonista. Da Vendola, che a proposito degli scontri in Val di Susa ammonì che «non si governa con i carri armati», a Nicola Fratoianni, coordinatore nazionale del partito, che ha chiesto una Commissione di inchiesta sul G8 di Genova, fino ai sette senatori (De Cristofaro, già portavoce del Genoa Social Forum del 2001, De Petris, Barozzino, Cervellini, Petraglia, Stefàno e Uras) autori di un disegno di legge sull’introduzione di numeri identificativi sul casco dei poliziotti. Sul punto, si sono esercitati anche il grillino Marco Scibona («per far sì che eventuali abusi commessi dai singoli non restino impuniti»), l’ex grillino Lorenzo Battista, e il primo Capogruppo dei Cinque Stelle al Senato Vito Crimi («c’è da ripristinare un senso di giustizia»). Da parte del Pd, invece, è molto attivo il Senatore Luigi Manconi, che vanta un’antologia di distinguo rispetto all’operato delle Forze dell’Ordine. Basti ricordare che dopo la vicenda Tortosa, l’agente sospeso per il suo post di Facebook sulla Diaz, accusò «una parte delle forze di polizia» di essere «gravemente malata», additando «l’omertà così diffusa all’interno del corpo». Parole che, di certo, non contribuiscono a creare un clima di serenità attorno alle Forze dell’Ordine. Anche sullo scranno più alto di Montecitorio si registra un rapporto piuttosto tormentato con il mondo della sicurezza. Ieri la Presidente Boldrini ha espresso la «massima vicinanza mia e della Camera dei deputati alle Forze dell’Ordine». Tuttavia, un anno fa raccolse l’appello lanciato da Manconi a togliere il segreto sui procedimenti disciplinari interni (aprendo così la possibilità a gogne mediatiche per i componenti delle Forze dell’Ordine) e promosse l’approvazione del riconoscimento del reato di tortura. A proposito del quale di deputato Pd Davide Mattiello ebbe a dire che si tratta di una «mano tesa a coloro che vogliono far prevalere la cultura della sicurezza e della legalità».

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