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Il caso del libro richiesto da Harward ma ancora troppo «scomodo» per l’Italia

In provincia di Torino negate le sale per la presentazione de "Il faro di Mussolini"

Neanche la luce di un faro riesce ad illuminare l’oscurantismo storico della sinistra. Specialmente se quel faro è costruito a mo’ di fascio littorio, è stato inaugurato nel 1924 e si trova a Capo Guardafui, in Somalia. C’è un libro, scritto da un autore poliedrico, Alberto Alpozzi, che ricostruisce la genesi di quell’edificio. Un ampio lavoro di documentazione e ricostruzione, in cui si trovano, mescolate bene, tutte le abilità che il suo autore esercita nella vita. Così, il rilievo tecnico dell’architetto si ricongiunge allo scrupolo dello storico e al gusto per la testimonianza visiva del fotografo. Peccato, però, che abbia scelto il titolo sbagliato, o meglio, non rispondente ai canoni del politicamente corretto: Il faro di Mussolini. Tanto basta per far scattare il coprifuoco in prossimità del 25 aprile. Avrebbe infatti voluto presentarlo ieri sera, ma in ben due città, nella provincia di Torino, gli è stato impedito. «Avevamo programmato a Rivarolo Canavese», racconta al Tempo, «per iniziativa della locale associazione dei paracadutisti. Poi, però, sono arrivate molteplici pressioni sugli organizzatori per far saltare l’iniziativa, e abbiamo deciso, per non creare problemi, di lasciar perdere. Non ho nemmeno chiesto - spiega - chi sia stato a non averci voluto là». Ma non è finita, perché l’alternativa era ricaduta su una città vicina, Ciriè. La presentazione avrebbe dovuto svolgersi in una sala del locale Municipio, su richiesta di un consigliere comunale di Fratelli d’Italia. Passa poco tempo e il sindaco Francesco Brizio, che aveva concesso l’utilizzo del luogo, fa marcia indietro e manda una lettera di revoca «per ragioni di ordine pubblico e considerata la prossimità dei festeggiamenti del 25 Aprile». Galeotto, stavolta, non è neanche il libro, ma soltanto il titolo. Perché il volume, di nostalgica propaganda del Ventennio, non ha proprio nulla. Lo spiega lo stesso Alpozzi: «È un lavoro di ricerca. Ho riportato il percorso di costruzione di quel faro, che comincia addirittura prima della nascita di Mussolini, considerando che la progettazione risale al 1869. Poi - continua Alpozzi - ho voluto collocare l’opera architettonica all’interno del contesto storico, così ho inserito nel volume articoli, documenti, e tante foto. Un paio a pagina più o meno, e riguardano diversi decenni». Un lavoro «che mi è costato migliaia di euro. Ho riportato alla luce dei documenti che mai prima erano stati utilizzati. Non è stato un hobby, per me, scrivere questo libro, e ora lo devo vendere. Per questo ho scelto un titolo che catturasse l’attenzione. D’altronde, quel faro, attraversa anche la storia del fascismo. Ma nel mio libro si parla di molto altro, persino di cinema». Alpozzi non ha voluto arrendersi, e ieri sera ha comunque parlato del volume nel giardinetto davanti al Municipio. Ma rimane viva la ferita di una censura scivolata nell’assurdo, mettendo il bavaglio alla cronaca storica, così, nuda e cruda, basata non su un filtro interpretativo ma solo su documenti originali. Bastava leggere e non fermarsi al titolo. Come intendono fare, ad esempio, in America. Già, perché, ad Alpozzi, da Oltreoceano è arrivata una comunicazione che già da sola testimonia il valore scientifico del suo volume. La biblioteca dell’Università di Harvard ha chiesto di poter averne una copia per i propri scaffali. «Pensa, ad Harvard sì e a Ciriè, in provincia di Torino, no», si lamenta con un amaro sorriso. Eh sì, ma questa, purtroppo, è l’Italia rimasta indietro.

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