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Renzi Epurator: via chi non vota l’Italicum

Sostituiti in commissione i membri della minoranza Pd. Tra questi Bersani e Cuperlo

Prima la sostituzione dei dissidenti in commissione Affari costituzionali, poi, sempre più probabilmente, la fiducia in Aula alla Camera. L’esautorazione del Parlamento sull’Italicum è partita l’altra sera, quando i pretoriani renziani Emanuele Fiano ed Ettore Rosato - reggente del gruppo Pd alla Camera dopo le dimissioni di Roberto Speranza - hanno chiamato tutti i commissari Dem di minoranza per chiedere loro cosa avessero in mente di fare sulla legge elettorale. Risposta scontata: nessuna intenzione di seguire la linea del partito stabilita nell’ultima direzione nazionale e mercoledì scorso all’assemblea del gruppo. Di qui la decisione presa a Palazzo Chigi: via tutti i dissidenti dalla commissione, dove il governo non ha la maggioranza.

Matteo Renzi non frena la corsa per approvare l’Italicum, anzi entra a gamba tesa nella dialettica parlamentare. Il premier, per blindare i numeri in commissione ed evitare che essa voti gli emendamenti alla legge elettorale così da rendere più complesso il passaggio in Aula, chiede la testa dei dieci esponenti della minoranza, tra i quali l’ex segretario Per Luigi Bersani e Gianni Cuperlo. Tra la maggioranza e la minoranza si acuisce quindi lo scontro, con Renzi che ribadisce la linea del «niente ritocchi né ricatti» e Cuperlo che alza la posta: in caso di fiducia sarebbe a rischio la legislatura.

Il tutto alla vigilia dei primi voti in commissione, che cominceranno oggi alle 14.30. Nel giorno in cui a Montecitorio giungono 135 emendamenti alla riforma, i vertici del Pd decidono di sostituire i dieci membri della commissione che, critici sul testo, hanno già annunciato che non avrebbero votato a favore del mandato al relatore. Fuori quindi Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo, Rosy Bindi, Andrea Giorgis, Enzo Lattuca, Alfredo D’Attorre, Barbara Pollastrini, Marilena Fabbri, Roberta Agostini, Marco Meloni. L’epurazione avviene puntuale in serata.

È una decisione «presa dall’assemblea del gruppo della settimana scorsa», spiega il pretoriano renziano Rosato, mentre il premier tira dritto: «È arrivato il momento di dire che non si può consentire ai veti e ai controveti di bloccare il Paese. Non si può ripartire sempre daccapo. È una legge che elimina il potere di ricatto». Nel difendere l’Italicum Renzi spiega: «Non ci saranno più inciuci con questa legge elettorale, né le grandi accozzaglie, come l’Ulivo di Prodi e il centrodestra di Berlusconi. È chiaro che questo sistema qualcuno non lo vuole in Parlamento, il potere di blocco viene superato».

Ma la notizia della sostituzione dei componenti di minoranza accende gli animi. «Un fatto grave» lo giudica Stefano Fassina, «conseguenza dell’indisponibilità da parte del premier a riconoscere le correzioni necessarie affinché il pacchetto Italicum-riforma del Senato non porti a un presidenzialismo senza contrappesi». Per Cuperlo la sostituzione dei dissidenti rappresenta «un fatto molto serio, credo senza precedenti». In realtà i precedenti ci sono: in Senato vennero epurati dalla commissione Vannino Chiti, Corradino Mineo e il leader dei Popolari per l’Italia Mario Mauro. Quanto alla fiducia, per Cuperlo sarebbe «uno strappo serio» che «metterebbe a rischio la prosecuzione della legislatura, perché ci sarebbe da parte delle opposizioni tutte una reazione molto molto severa». Il presidente del Pd Matteo Orfini però frena: «Se il partito è unito non c’è bisogno della fiducia».

Ma il Pd è tutt’altro che unito e, nel frattempo, la reazione degli altri partiti non tarda ad arrivare. Il MoVimento 5 Stelle annuncia di voler disertare i lavori e di voler lasciare la commissione se Renzi espellerà la propria minoranza: «Inutile partecipare a una farsa con burattini che dicono sì a comando». Stessa mossa da parte di Scelta Civica- partito di maggioranza - nonostante il presidente Francesco Paolo Sisto (FI) inviti M5S e Sc a ripensarci. Ma a dare man forte alla sinistra Dem è il capogruppo di FI alla Camera Renato Brunetta, secondo cui «la sostituzione di coloro che evidentemente non la pensano come il segretario del partito e premier è una cosa assolutamente mai vista, è aberrante, è antidemocratico, è anti regolamenti parlamentari». Ma a Renzi interessa poco.

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