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"Il simbolo di FI? Il Cav non può usarlo"

Parla l’avvocato Pellegrino, incaricato dai fittiani per fermare i "soprusi" azzurri: "Congressi mai tenuti, amministratori non eletti" LEGGI ANCHE E forzasilvio.it chiude per debiti

«Sulla scheda elettorale al momento ci potrà essere Forza Silvio, ma non Forza Italia. Giuridicamente il simbolo del partito dovrebbe essere considerato "congelato". Silvio Berlusconi non ha convocato il congresso che aveva avuto mandato di convocare e questo impedisce che il simbolo possa essere utilizzabile, dal momento che - come impongono l’art. 49 della Costituzione e lo Statuto di Forza Italia - devono essere rispettati i passaggi democratici nel funzionamento del partito»: è questa l’istantanea della querelle in Forza Italia secondo Gianluigi Pellegrino, l’avvocato che sta curando lo studio per conto dell’ala dissidente (vicina a Raffaele Fitto) dei profili giuridici legati all’utilizzo del simbolo del movimento berlusconiano alle regionali (si contesta la titolarità della funzione di presentatrice delle liste in Puglia per Maria Rosaria Rossi), nonché la legittimità dell’incarico di tesoriere.

 

«Ma si immagina cosa succederebbe a sinistra se Romano Prodi, perché fondatore del Pd, inviasse una sua amica a presentare le liste per le regionali del partito di Renzi?»: nella domanda retorica formulata da Pellegrino, figlio di Giovanni (illustre parlamentare della sinistra liberale pugliese, già presidente della Commissione Stragi), c’è il senso della contesa che vede in Puglia schierati i duellanti azzurri. Se da un lato ci sono i lealisti berlusconiani che si riconoscono nel commissario regionale Vitali, dall’altra si muove la maggioranza della delegazione parlamentare forzista insieme a tanti amministratori che contestano le nomine del Cavaliere e chiedono democrazia interna. «C’è un documento con oltre un migliaio di firme di eletti e iscritti col quale sono incaricato - racconta ancora Pellegrino - come avvocato di tutelare in ogni sede e con tutti i mezzi il rispetto delle regole democratiche nel partito».

 

Nelle scorse settimane una delegazione di esponenti fittiani è andata nel suo studio per chiedere lumi. «Quale statuto è in vigore in Forza Italia? L’unico approvato nel 1997, e poi aggiornato. Il nodo è la violazione dell’art. 49 della Carta: i partiti devono funzionare secondo regole democratiche. Al tempo delle liste bloccate, filtrate dai partiti, è necessario che i partiti funzionino con regole certe. Gli iscritti della Lega non accetterebbero mai che a presentare le liste sia un delegato di Bossi. Il fondatore di un partito ha meriti storici - puntualizza indicando una possibile rotta per uscire dall’impasse - ma consegna la vita della comunità alle regole condivise per il funzionamento. E grazie a questo - sottolinea - i partiti hanno facoltà di accedere ai fondi pubblici». Come Sidney Sonnino, Pellegrino chiede «di tornare allo statuto perché allo stato nessuno può rappresentare Forza Italia, nemmeno il suo fondatore». Allora che fare? «Si devono organizzare i congressi - ribatte l’avvocato -. In Puglia ci sono già state convocazioni plenarie degli iscritti per eleggere gli organi locali statutari in alcuni comuni. Bisogna partire dalle rappresentanze di base, per arrivare all’assise nazionale». In questa appassionata dissertazione giuridica, Pellegrino puntualizza che non ha mai votato FI («ho simpatia per il Pd»), ma come cittadino e avvocato tiene che ogni partito funzioni democraticamente. E qui si arriva al nodo delle liste: «Salvo procedure congressuali d’urgenza, nessuno è titolato a presentarle. Non è titolato chi non è stato investito da un comitato di presidenza, eletto dal congresso. Al momento la Rossi è titolata non più di Fitto o di altro iscritto a Forza Italia. Anzi chissà se lei è iscritta». La conclusione: «Le iniziative di tutela saranno concordate con chi mi ha dato mandato. Per presentare le liste di FI ci vuole un amministratore eletto ai sensi dell’art. 25 dello statuto dal consiglio nazionale, a sua volta eletto ai sensi dell’art. 21 dal congresso. In alcuna parte d’Italia gli uffici elettorali possono tollerare abusi, perché devono appurare la legittimazione di chi presenta i simboli, altrimenti si configura un furto ai danni degli iscritti o un vero furto di democrazia».

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