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Aveva ragione il grande capo Dragan. Era «mafia capitale» a comandare

Il docufilm dei radicali sui campi nomadi censurato perché dava fastidio

Aveva ragione il capo nomade Dragan. Nei campi nomadi era la cosiddetta "mafia capitale" a comandare. E il docufilm "Dragan aveva ragione" del duo di militanti radicali Camillo Maffia e Gianni Corbotti lo racconta in due ore di filmati sul degrado dei campi in questione. Quasi tutti gestiti dalle cooperative oggi sotto accusa nella inchiesta condotta dal procuratore capo di Roma Pignatone. Peccato che l’allarme che da mesi quest’opera prima della documentaristica porta in giro in proiezioni per pochi intimi sia stato bellamente ignorato. Stranamente il docufilm non venne accettato nella sezione ad hoc neanche dal festival di Roma a fine ottobre. Forse per non turbare i sonni di Marino visto che si parla anche del suo assessore Rita Cutini ex capataz di Sant’Egidio a Roma?

Camillo Maffia dice di averne da raccontare. A cominciare dai sospetti su chi incoraggia le mafie della prostituzione e della droga dentro ai campi regolari (solo 9) in condizioni pietose nonostante i 24 milioni di euro spesi ogni anno per mantenerli, schifosi come i 330 irregolari. Che fine fanno qusti soldi? Per la giunta di Marino c’è anche una data cruciale: il 13 settembre 2013, primo sgombero buonista ai danni dei 200 rom di etnia serba accampati in via Salviati, insediamento non autorizzato vicino a Tor Sapienza. Scappavano da quello di Castel Romano sulla Pontina che era sì autorizzato dal comune ma aveva il piccolo inconveniente di essere formato per lo più da un migliaio di profughi dalla Bosnia all’epoca delle guerre etniche nella ex Jugoslavia e quindi difficilmente amalgabili con i primi che venivano dalla Serbia.

Già ad agosto 2013 il vicesindaco Nieri, di cui si parla nelle intercettazioni riportate dall’ordine di custodia cautelare, diceva che rimandare i rom di via Salviati a Castel Romano era come mandare un pentito a casa del boss di mafia. E in questa storia dei campi Rom la mafia, che sia quella capitale o quella dei Casamonica, sembra entrarci moltissimo. Marino a quelli di via Salviati li ha messi per strada e basta. E quando qualcuno di loro, dietro la promessa di venire protetto fatta all’epoca dall’assessore alle politiche sociali Rita Cutini, ha accettato di tornare a Castel Romano ha avuto anche le abitazioni di fortuna distrutte. Gli autori del docufilm, che avevano scritto una serie di articoli per "Agenzia radicale", pur non avendo apprezzato la politica “"legge e ordine" di Alemanno, lo rimpiangono. Perché almeno, dicono, aveva obiettivi e ti potevi confrontare. Marino invece predica bene e fa razzolare male al corpo di Polizia urbana di Roma Capitale. "Interfaccia" (feroce) dei rom. Di cose scomode ce ne sono a cominciare dal fatto che il sistema nacque nella seconda giunta di Veltroni. Si sarebbe poi consolidato con Alemanno e oggi continua anche con Marino (e soprattutto con il suo vicesindaco di Rifondazione).

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