Quando provammo a «rapire» Emanuele Filiberto
Dal libro «C’era una volta l’inviato speciale», di Francobaldo Chiocci, editore Il Cerchio. Dopo le esequie di Umberto II di Savoia, il Re di maggio, l’ultimo sovrano d’Italia, incontro e intervisto l’orfano principe ereditario Vittorio Emanuele seduto a un grosso tavolo ovale di onice nella sua «villa moderna» di Vesenaz, architettura da fortino-salotto senza spigoli né angoli, tutto azionabile coi telecomandi (…). Mi presenta il figlio Emanuele Filiberto, undicenne e garbato principe di Venezia, città che non conosce perché è nato in esilio ed è discendente sabaudo maschio come suo padre. Si parla di politica. Vittorio Emanuele sproloquia. Prova ad arruffarsi con le idee di rinnovamento che ha. Se la prende col cugino duca Amedeo d’Aosta, ce l’ha con l’entourage di Cascais (…). Ne consegue un’intervista con un vistoso titolo virgolettato: «Con me è finito il business dell’esilio». All’indomani, apriti cielo. Si scatenano e si indignano tutti i monarchici italiani. Si dispera l’avvocato Carlo D’Amelio, conte e gran galantuomo, successore del discusso Falcone Lucifero come ministro della Real Casa (…). Sa che è arduo, ma ci prova. Vorrebbe riquotare in popolarità lo spettegolato e incauto successore di un ex sovrano di cui tutti rispettavano signorilità e decoro. Chiede aiuto al direttore del Tempo, Gianni Letta. Entrambi decidono, per rifare l’immagine dell’erede al trono, una sua visita patriottica ad El Alamein. A rimediare ai danni dell’intervista devo essere io che l’ho fatta. L’appuntamento è all’Oberoi di Ginza, lo strepitoso albergo fatto costruire da Napoleone III davanti alla piramide di Cheope per la sua amante ai tempi dell’apertura del canale di Suez. Viene con me Mario De Renzis, fotografo del giornale, un compagno di lavoro che non si è mai rassegnato alla rinuncia che sto raccontando. Il blitz mediatico al sacrario è modico (…). La sera, durante un’elegante cena al ristorante dell’Oberoi, con il conte D’Amelio e altri commensali che intrattengono la principessa pensosa e altera come una Nefertiti, il Savoia a capotavola mi chiede sottovoce se conosco qualche localino particolare del Cairo. (…) L’indomani, mentre attendo di dettare al giornale una delle mie cronache più frenate, ricevo in camera una telefonata interna. Qualche convenevole. “Verrebbe con me in qualche localino....”. Mi concedo il gusto di cicchettare un erede al trono. Gli ricordo che è quaggiù per rifarsi un’immagine, ma non quella del guardone. Farfuglia qualcosa, forse un grazie. Il disinvolto clima colloquiale è anche l’occasione per profittare della nota propensione del principe alle bravate. Con De Renzis, che già sogna la paparazzata della vita, gliene proponiamo una per così dire istituzionale, nel suo interesse di esiliato. Ci offriamo di «rapire» il piccolo Emanuele Filiberto. Tanto al confine nessuno se ne sarebbe accorto. Con il falso rapimento e il rimpatrio clandestino del nipote dell’ultimo re d’Italia anch’egli esiliato come il nonno, avremmo suggestivamente documentato l’assurdo ridicolo di una nazione occidentale che teme restaurazioni impossibili di pretendenti che non pretendono (…). Il principe ascoltava pressoché già convinto, annuiva. La cosa lo intrigava, era nel suo stile. Chiedeva dettagli. Uno era quello del rischio che si correva. Gli ricordammo che la 13.ma Disposizione transitoria non comminava pene, ma solo divieti. Il principino, se riconosciuto, poteva essere solo ricondotto dalla polizia a Ginevra. L’unico rischio l’avremmo corso noi, e non per complicità in un reato non penalizzato, ma solo se denunciati, ad esempio, per sottrazione di minore. Cosa che i genitori - concordammo - non avrebbero fatto, limitandosi a un comunicato di disapprovazione (…). Tempo qualche giorno, però, arrivarono prima i dubbi e poi i dinieghi del ministro della Real Casa e, soprattutto, del direttore del Tempo. Da Carlo D’Amelio un «Non lo ritengo opportuno e conveniente», da Gianni Letta un «Questa è una illegalità e non mi sento di autorizzarla».