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Ecco i comunisti d’Italia congelati nella nostalgia

Quelle repubbliche sovietiche sopravvissute solo da noi

Altro che la fine delle ideologie. Sono vivi e lottano in mezzo a noi. Quelli che «il Muro non è caduto». I «soldati fantasma» del comunismo, irriducibili portabandiera di sigle marxiste, leniniste, maoiste, un pulviscolo collocato ancora più a sinistra di quelle macerie del Pci, come Rifondazione, PdCI e Sel, che un legame con le istituzioni, almeno a livello locale nel caso delle prime due, fino al Parlamento la terza, hanno continuato a mantenerlo.

Una Terra di Mezzo a sé, cullata dalle utopie, popolata da organigrammi iper burocratici, iconografie dalla Piazza Rossa che fu e linguaggio catapultato direttamente dagli anni ’70. Realtà che farebbero commuovere il compagno Folagra, quello che nel cinema, ad uno spaesato Fantozzi, illustrava la necessità di «pensare ad una cogestione che sia proliferante in un collettivo urbano». Eccoli, quindi. Alcuni si assomigliano nel nome, come il Partito Comunista Italiano Marxista Leninista e il Partito Marxista Leninista Italiano. Individuare le differenze è come camminare su un soffitto di wafer. Tuttavia il primo (P.C.I.M-L, il trattino è un abisso della storia), che accoglie nel sito sulle note di «Bandiera Rossa», si definisce come «l’organizzazione d’avanguardia della classe operaia e di tutti i lavoratori», rimpiangendo lo «spirito della gloriosa Rivoluzione d’Ottobre». E che, tra i «doveri degli iscritti», pone il «lavorare senza sosta per l’elevazione della propria coscienza di classe e rivoluzionaria con l’assimilazione dei principi del marxismo –leninismo».

I «cugini», semplicemente PMLI, senza trattini di sorta, sfoggiano nel logo Mao Tse Tung affiancato a Falce e Martello. Accusano Renzi di comportarsi come Mussolini e Berlusconi che manganellavano i lavoratori. Per non perdere l’allenamento con la rivoluzione, propongono la lettura del settimanale Il Bolscevico. Anche altri due partiti, poi, si «sfiorano» nella semantica. Il Partito d’Azione Comunista, in un documento dell’8 agosto (di quest’anno, non del ’77) ci avvisa che «l’unità e la lotta rivoluzionaria delle forze classiste è la condizione per la ripresa proletaria». Il Partito di Alternativa Comunista, dal canto suo, pone tra le finalità la lotta di classe da «sviluppare in senso rivoluzionario» e contesta in un accorato articolo le celebrazioni per il centenario della Prima Guerra Mondiale.

Capitolo a parte, poi, per quelle sigle che sono lo scisma dello scisma. Nate per iniziativa di esponenti fuoriusciti dai partiti post comunisti maggiori. È l’esempio del Partito Comunista di Marco Rizzo, ex Pdci e qualche anno fa habituè dei salotti tv. Un movimento che rivendica, così è scritto nel sito web, «origini ideologiche e politiche» che si riferiscono, tra le altre cose, ai «Centri Culturali Marxisti» e alla «cosiddetta corrente filosovietica del PCI». Nell’elenco c’è anche Sinistra Anticapitalista (Ecosocialista- Femminista-Rivoluzionaria), figlia del dissolto Sinistra Critica. Gran demiurgo è quel Franco Turigliatto che, da dissidente Prc, tolse il sonno a Prodi ai tempi del suo ultimo governo quando si trovò a fare l’ago della bilancia in Senato. Nel preambolo dello statuto, Sinistra Anticapitalista si definisce come «una libera associazione di donne e uomini che si battono per una società socialista, cioè per la trasformazione rivoluzionaria in senso comunista e libertario della attuale società».

E poi c’è il Partito Comunista dei Lavoratori, leader Marco Ferrando, anche lui abbastanza noto nei media. Fra le iniziative, un seminario a Bologna, proprio ieri, su «Stato e Rivoluzione di Lenin». Infine, c’è chi, in tempi di magra, per mettere fieno in cascina lavora di ingegno, è il caso del Partito dei Carc, Comitati d’appoggio alla Resistenza Comunista, noti alle cronache perché sfiorati dalle indagini sugli omicidi D’Antona e Biagi. Nel loro sito web promuovono una specie di lotteria per sostenere «la rinascita del movimento comunista». Primo premio, un soggiorno di due notti per due persone in una località italiana a scelta. Niente Vladivostok, quindi. Tuttavia, sul piano «politico», la linea del Partito dei Carc è quella di promuovere «la mobilitazione delle masse popolari a intervenire nella lotta politica borghese per imporre il Governo di Blocco Popolare, per far emergere l’incompatibilità esistente tra gli interessi delle masse e gli interessi della borghesia».

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