«Il litigio tra Santoro e Travaglio? Non una finta, è finita un’epoca»
Si è consumata così, davanti alle telecamere, la rottura fra due inseparabili. È la fine di un’epoca, quella che ha contraddistinto la contrapposizione fra berlusconiani e antiberlusconiani. E loro due, Marco Travaglio e Michele Santoro, il primo condirettore del Fatto quotidiano e opinionista fisso di Servizio pubblico , il talk show condotto su La7 dal secondo, hanno fatto parte, «stellette» al petto, del secondo gruppo. È accaduto tutto in pochi istanti, quando Santoro, riprendendo Travaglio che aveva appena criticato vivacemente il governatore della Liguria, Claudio Burlando, interviene e dice: «Marco, questo è un luogo democratico dove non si insultano le persone, basta». Ed è su quel «basta» che Travaglio si alza e se ne va. Per tentare di capire cosa possa aver causato la clamorosa rottura fra due storici «alleati televisivi», abbiamo raggiunto al telefono Furio Colombo, giornalista del Fatto , caro amico di Travaglio e con la giusta esperienza alle spalle per «leggere» questo inaspettato «divorzio italiano». Colombo, prima il sospetto malizioso. È stata una finta per aumentare l’audience di un talk show in crisi? «Ma no, non mi è proprio venuto in mente. L’audience si misura su centinaia di migliaia di persone, non lo sposti con episodi personali, per quanto i protagonisti siano illustri». Sta di fatto che ora giornali e tv parlano di Travaglio e Santoro. «Molto più i social network, dove ho notato parecchio fervore intorno a questa vicenda. Ma escluderei che si sia trattato di una trovata per smuovere l’audience. Anche perché li so tutti e due molto poco attori. No, una cosa del genere non corrisponde al loro carattere». Ma allora come spiegare la rottura di una coppia che sembrava a prova di bomba? «Alcuni decenni fa si è rotto quello che sembrava un eterno sodalizio fra Eduardo e Peppino de Filippo, che addirittura crearono due compagnie teatrali diverse. Se hanno rotto loro, e con vera drammaticità, allora può succedere anche a Travaglio e Santoro». Magari può essere accaduto qualcosa «dietro le quinte» di cui siamo all’oscuro. «Il punto non è se si è formato un qualche particolare stato d’animo, ma che questa rottura faccia luce su quanto sta avvenendo in Italia in questo momento. Nel nostro Paese siamo in presenza di una tendenza alla frantumazione. Non solo fra politici, parlamentari e sindacalisti, ma persino fra i vescovi, come dimostra il Sinodo». L’insuccesso clamoroso di Servizio pubblico può aver provocato tensione fra i due? «Queste sono ragioni intime, personali. Di certo c’è che mentre Travaglio è un giornalista che corre alla velocità dei fatti, Santoro conduce un talk impantanato nel passato. Questo crea problemi a lui e agli altri». Sta dicendo che se Santoro avesse intuito il perché dell’attuale insuccesso, non avrebbe litigato con Travaglio? «Sto dicendo che da Santoro mi sarei aspettato un altro tipo di ritorno in scena in questa nuova stagione televisiva. Per esempio un cambiamento radicale del suo programma». È la fine di un’epoca? «Sì, è la fine di un’epoca, su questo non c’è dubbio». Ma avrebbe mai immaginato un epilogo così clamoroso? «Dal punto di vista di uno che, come si dice in America, ha fatto "il giro dell’isolato" un po’ di volte, non può esserci meraviglia. Sono fatti della vita personale e professionale che, certamente, possono anche avere un momento drammatico». Lei spera nella ricomposizione della coppia? «La parola speranza la riserverei, come fa Papa Francesco, a questioni molto più importanti della vita umana. Sono però curioso di vedere come manterranno vivo l’interesse, perché entrambi sono capaci di farlo. Ma non ho una particolare speranza in un senso o nell’altro». Se la speranza è concetto troppo "alto", possiamo azzardare una previsione? «Direi che è meglio di no. Quando ci sono in ballo ragioni psicologiche, possono accadere le cose più impensabili». Lei è molto amico di Travaglio, ci lavora insieme ogni giorno. Conoscendolo, pensa che sarà dispiaciuto? «Sono io a essere dispiaciuto se la cosa dispiace a lui. E sono interessato al proseguimento della sua vivacissima attività se, come penso, saprà sopravvivere intensamente anche di fronte a momenti così sgradevoli».