cerca

Da Renato Curcio a Oreste Scalzone Quei «cattivi maestri» ospiti d’onore

La Sapienza dimostra una imperitura tendenza del mondo accademico italiano

A voler dare una lettura fuor dalle righe, la presenza di Francesco Schettino ad un master dell’Università La Sapienza dimostra una imperitura tendenza del mondo accademico italiano ad «amare il cattivo». Un po’ come quelle casalinghe italiane che, trent’anni fa, guardando Dallas impazzivano per il perfido J.R. Oggi nessuno, che abbia un minimo senso della decenza, sognerebbe di ergere Schettino ad insegnante di alcunchè. Proprio lui, imputato di omicidio plurimo per il disastro della Concordia, e comunque colpevole di aver messo il Paese al ludibrio del mondo intero, in un’esibizione di faciloneria e superficialità condite dal peggior stereotipo da farfallone. Eppure è avvenuto. E non è la prima volta che accade una cosa del genere. Perché in Italia le università italiane hanno più volte svolto il ruolo di leva riabilitativa di personaggi che la storia, oltre che le aule giudiziarie, hanno condannato.

Così, andando a ritroso negli anni, la memoria ci riporta al contestatissimo intervento di Oreste Scalzone all’università di Palermo, nel 2007. Le sue gesta da leader di Autonomia Operaia sono ancora tristemente scritte nella storia, fu uno dei protagonisti dell’eversione italica, aiutò (per sua stessa ammissione) nella fuga i membri di Potere Operaio condannati per il rogo di Primavalle a Roma, fu egli stesso il protagonista di un rocambolesco trasferimento in Francia con l’ausilio (come raccontò a Repubblica) dell’attore Gian Maria Volontè che lo nascose nella sua imbarcazione. Un curriculum, dunque, ben poco «scientifico». Nonostante questo fu invitato ad intervenire nell’Ateneo siciliano da un collettivo studentesco locale, ad un seminario dal titolo «Il filo rosso della rivolta». Il preside della facoltà locale vietò l’iniziativa, che si svolse lo stesso ma finì in maxi rissa, con l’oratore d’eccezione che si sperticava in lodi verso «i compagni che hanno impedito l’accesso alla facoltà» agli studenti di destra che volevano entrare dove si svolgeva il seminario. Linguaggio d’antan, nostalgie polverose di rivolta. E comunque i contusi ci furono anche allora, come negli scontri negli anni 70.

E ancora, sempre nello stesso anno, 2007, Renato Curcio fu chiamato all’università di Lecce, per presentare un libro sulle carceri, edito dalla sua casa editrice. Di chi stiamo parlando è ben noto. Tra i fondatori delle Brigate Rosse, ideologo della lotta armata, in un proclama definì Aldo Moro «criminale politico» e il suo assassinio «il più alto atto di umanità possibile per i proletari comunisti e rivoluzionari». Dunque fu una circostanza logica che la sua presenza nell’ateneo salentino fosse accompagnata da una valanga di polemiche, a cui egli stesso cercò di reagire tentando la carta dell’aplomb. «Io un cattivo maestro? Non so se sono un maestro e non so neanche se sono buono o cattivo», si schermì trovandosi al centro del tiro incrociato a mezzo di dichiarazioni tra gli alfieri del contro e i barricadieri del pro. Sì, magari lui sarà anche stato modesto, ma il principio è molto semplice: nel momento in cui si sale in cattedra in un Ateneo, anche per breve tempo, la stessa circostanza di parlare ad un gruppo di studenti legittima come dispensatori di sapere, e quindi come «maestri». Sul «cattivo o buono» è il proprio bagaglio storico, di vita, di pentimenti reali o mancati a suggerire la risposta. Questo vale per Curcio, per Scalzone, per Schettino, e vale anche per Valerio Morucci.

Anche il suo nome è marchiato a fuoco in quella parte della nostra storia fatta di paura, piombo e dolore. Perché fu nel commando responsabile della carneficina di Via Fani, in cui venne rapito Aldo Moro e persero la vita tutti gli uomini della sua scorta. Un trauma storico di cui il Paese porta ancora i segni. Al centro, di nuovo la Sapienza: Morucci vi avrebbe dovuto tenere nel gennaio 2009 una lezione, alla facoltà di Scienze Umanistiche, sul tema «Cultura, Violenza, Memoria». Certo, sulla violenza e sulla memoria parliamo di un esperto del settore (chi dimenticherà mai quei delitti?), mentre sulla cultura non è dato sapere. Anche qui, gragnuola di polemiche che spinsero i vertici dell’università ad annullare l’incontro, e il Rettore Luigi Frati anzi, rilanciò: «Se Morucci vuole parlare delle vicende di terrorismo e del sequestro di Aldo Moro –dichiarò- sarò lieto di partecipare a un dibattito con lui in via Fani davanti alla lapide che ricorda gli agenti della scorta di Aldo Moro trucidati». Linea giustamente risoluta, che ben si concilia con la scelta assunta ieri di deferire il docente «sponsor» di Schettino al comitato etico dell’Ateneo. Resta però l’interrogativo sul perché i buoi devono sempre scappare dalla stalla, o stare con un piede fuori. Sempre alla Sapienza, inoltre, si verificò un acceso scontro su un «relatore illustre», forse la disputa più feroce che la storia universitaria degli ultimi anni ricordi. Un altro terrorista? Un dittatore, come accadde per Ahmadinejad alla Columbia University? No, tutt’altro. Il Papa Benedetto XVI. Era stato invitato, poco prima di Natale 2007, ad inaugurare l’anno accademico. Si verificò una specie di rivolta interna del corpo docente, culminata con una lettera di protesta firmata da 67 cattedratici, e un ping pong mediatico durato oltre un mese. Alla fine, un paio di giorni prima l’evento programmato, la Santa Sede declinò l’invito. Un lezione di libertà al contrario. «Combatterò affinchè tu possa affermare la tua idea», scrisse Voltaire. Con un minimo di etica, dovrebbe valere sempre verso chi difende un messaggio di pace e mai per chi ha la morte sulle spalle e non si è nemmeno pentito. Ma questo, come si sa, è il Paese dei paradossi.

Commenti

Condividi le tue opinioni su Il Tempo

Caratteri rimanenti: 1500

Salvini: "Mi criticano per le divise della polizia? Le porto con onore"

Gracia De Torres e Daniele Sandri
Il Tricolore atterra sui Fori Imperiali: ecco il lancio mozzafiato del paracadutista della Folgore
Sul palco in bermuda, il balletto di Maradona per Maduro