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Immondizia, pallone e palazzine Guerra mediatica all’ultimo stadio

Matteo Vincenzoni m.vincenzoni@iltempo.it Rifiuti, pallone, palazzine. Ormai è guerra all’ultimo stadio. A Roma non passa giorno che pezzi grossi del mattone spingano, con i mezzi a loro...

Rifiuti, pallone, palazzine. Ormai è guerra all’ultimo stadio. A Roma non passa giorno che pezzi grossi del mattone spingano, con i mezzi a loro disposizione, per accaparrarsi metri cubi, siano essi fatti di cemento o di immondizia.

Non bisogna essere lettori particolarmente attenti di quotidiani per notare frecciate e bombe sganciate sul campo di battaglia della carta stampata non solo romana. Si combatte su tutti i fronti, compresi i lavori della Metro C, dove Francesco Gaetano Caltagirone, con la ditta Vianini, editore de Il Messaggero, ha interesse che i pagamenti arrivino puntuali dal Campidoglio.

Così, di Vianini, si parlava proprio ieri in un articolo del Corriere della sera intitolato «I misteri di Tor Vergata», dove ricordando la storia architettonica della seconda università di Roma, l’autore è tornato al 1981, quando l’azienda «affidò allo studio Valle un progetto di sviluppo basato su un pedante progetto ottocentesco... con il risultato che i diversi edifici vagano, come in attesa, in uno spazio informe e dilatato che tutto appiattisce». Una frecciatina al Gruppo Caltagirone che non passa inosservata.

Ma in questa guerra mediatica il più agguerrito, e dotato di maggiori calibri, è proprio lui, che tra le altre cose è azionista di Acea e proprietario del quotidiano romano. L’Ingegnere, dopo un lungo e metodico cannoneggiamento contro il fantasma del nuovo stadio della Roma che vorrebbero realizzare a Tor di Valle, può prendersi ora il tempo di riarmare a puntino l’ammiraglia mediatica. La maggioranza in Consiglio comunale ha infatto cambiato parere sull’idea di un tempio del calcio tutto giallorosso, sposando compatta (o quasi) la linea dell’Ingegnere per cui «se po’ pure fa», ma non può certo essere un’operazione tutta targata Parnasi, il costruttore «concorrente» che sta guidando questo funambolico progetto immobiliare.

Tra le bordate antistadio infiocchettate da Il Messaggero merita di essere ricordata l’intervista a Edoardo Zacchini, vicepresidente nazionale di Legambiente, titolata: «Fermate l’ecomostro». Il battagliero giornale di Travaglio, ovvero il "Fatto quotidiano" ha immediatamente registrato l’evento sulle proprie colonne, sottolineando ironicamente «la svolta ecologista» dell’ingegner Caltagirone: «La realizzazione del nuovo stadio della Roma, affidata a Parnasi - si legge - ha fatto scoprire a Caltagirone non certo di essere figlio dei fiori, che sarebbe troppo, ma ecologista sì». I dubbi e le perplessità espressi dalla maggioranza sinistrorsa in Consiglio comunale proprio in concomitanza con le bordate de Il Messaggero, hanno però radici profonde, quelle stesse radici che minarono l’asfalto del secondo mandato di Veltroni. Lo spauracchio dei metri cubi, che tra le altre cose portarono ad approvare un piano regolatore generale che neanche esisteva, torna oggi come un’influenza stagionale. Domanda: come può la componente più a sinistra della maggioranza, quella rosso fuoco, ecologista e oltransista, far passare una colata di cemento da un milione di metri cubi? Può la fede giallorossa minare le fondamenta della politica rosso-verde? Perché a Tor di Valle il vero problema sono le opere pubbliche che dovranno accompagnare la costruzione dello stadio, tra cui un prolungamento della Metro B. Trecento milioni di euro che il Campidoglio può permettersi solo cedendo in cambio cubature. La lievitazione dei metri cubi non può che mettere in imbarazzo la Giunta Marino, il quale ha caldeggiato l’idea del nuovo impianto anche in campagna elettorale. Ma c’è dell’altro.

Può il giovane Parnasi realizzare il sogno della Curva sud senza mettersi a tavolino con il vecchio Caltagirone? Oppure: ha la forza economica per mettere in campo quest’operazione? Secondo indiscrezioni di palazzo, tra l’altro, il suo ascendente sui democrat sarebbe al minimo storico. E ancora. Permetterà Caltagirone, che deve ancora realizzare più di mezzo milione di metri cubi di appartamenti a Tor Pagnotta (un chilometro da Tor di Valle) la concorrenza di una nuova cittadina in vendita a pochi passi dallo stadio e da una fermata della metropolitana?

Un particolare, questo del metrò, sottolineato ancora dal Corsera, in un fondo pubblicato mercoledì proprio sul duro braccio di ferro tra Parnasi e Caltagirone. Nell’articolo si ricorda come l’Ingegnere abbia realizzato a Tor Pagnotta «migliaia di appartamenti senza dover allestire la tratta di metrò che aveva richiesto il Comune per collegare il quartiere».

Poi c’è il nodo del depuratore Acea di Tor di Valle, che dovrà essere spostato e ricostruito per far posto allo stadio. Potrebbe servire all’ingegnere per ottenere un posto in prima fila? Una cosa è certa: il risultato, sommando ripicche tra potenti a inevitabili lungaggini della macchina comunale «de’ noantri», sarà che i primi a stufarsi saranno gli americani di Pallotta, abituati ai tempi dello «yes, no, ok».

Ma il mattone non è il solo terreno di scontro. Un interesse parallelo è nato intorno all’affare monnezza e non passa giorno che Acea non ricordi le sue mire a realizzare impianti di trattamento dei rifiuti per completare quel ciclo inaugurato da Manlio Cerroni, patron di Malagrotta, che qualche decennio fa c’aveva visto lungo iniziando a trasformare la monnezza in biogas. Ecco allora lo scontro tra l’Ingegnere (Caltagirone) e l’Avvocato (Cerroni). Nei tre anni di baillame passati a cercare una nuova discarica che sostituisse Malagrotta vicina alla pensione, lo spettro di un’emergenza rifiuti in stile partenopeo a cui in fondo non ha mai creduto nessuno, gli avanti tutta e i dietrofront di amministratori che pensavano solo ai voti, la monnezza ha iniziato a far gola e qualcuno si è fatto due conti.

E con l’arresto dell’avvocato Cerroni, gli attaccanti hanno cercato il goal. Poi, con un’intervista bomba de Il Tempo a «re Manlio», le mire di Acea e dell’ingegner Caltagirone sono zampillate dalle risposte di Cerroni, che ha gridato al «Complotto!».

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