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Quando Bettino disertò il passaggio di consegne mandandoci Amato

Nella cerimonia della campanella ha sempre prevalso l'etichetta. Il gelo tra Letta e Renzi è un inedito

Il passo d’addio a Palazzo Chigi non è mai stato un evento poco traumatico. Ma nel corso degli ultimi vent’anni, quelli nei quali la cosiddetta «cerimonia della campanella» è stata istituzionalizzata, mai il gelo tra premier uscente e «subentrante» era stato così evidente come quello mostrato ieri da un Enrico Letta che nulla ha fatto per nascondere la sua irritazione con Matteo Renzi. In passato aveva sempre vinto l’etichetta, persino con chi, vedi il Berlusconi del 2011 o il Prodi del 1998, aveva più di una ragione per ingoiare controvoglia la destituzione a metà legislatura.

Da Silvio Berlusconi, in fondo, c’era da aspettarselo. La cerimonia della campanella l’ha praticamente inventata lui agli albori della Seconda Repubblica. E, da esperto showman, è stato sempre capace di regalare almeno un sorriso e qualche battuta a chi gli sarebbe subentrato a Palazzo Chigi. Lo fece finanche con Mario Monti, nel novembre del 2011, al termine dei tre-quattro mesi più complicati di tutta la sua carriera politica. Un sorriso, quello immortalato allora dai fotografi, che all’ex premier è stato persino rinfacciato quando recentemente, ascoltandolo urlare al «golpe» di matrice europea che l’aveva detronizzato a colpi di spread, qualcuno ha rispolverato quella foto per commentare: «Sarà stato anche un colpo di Stato, però lui l’aveva presa bene»...

Non venne meno alla regola del sorriso neanche Romano Prodi, protagonista con Massimo D’Alema dell’unico precedente paragonabile alla guerra Letta-Renzi. Solo in quel caso, infatti, l’«accoltellatore» prese direttamente il posto dell’«accoltellato». E così a Palazzo Chigi andò in scena un passaggio di consegne che avrebbe potuto rivelarsi di grande imbarazzo. Invece il professore prese la campanella, la porse all’allora segretario dei Ds e ai flash mostrò l’abituale e rassicurante espressione bonaria. Ma che nell’animo covasse enorme rancore fu esplicitato qualche giorno dopo, a margine del dibattito parlamentare sulla fiducia al governo di Baffino, quando Prodi assalì Franco Marini, coprotagonista del «complotto» dalemiano, rifilandogli anche qualche parolaccia.

Ma cosa accadeva nella Prima Repubblica, quando le staffette nel bel mezzo della legislatura erano più la regola che l’eccezione? Beh, va premesso che la cerimonia della campanella praticamente non esisteva. Ma il passaggio delle consegne, quello sì, anche se molto meno «mediatico». Il motivo per cui non si ricordano scene simili al gelo di Letta sta sostanzialmente nell’innata saggezza degli allora dirigenti democristiani. Che in privato si sgambettavano e «accoltellavano» esattamente come hanno fatto gli eredi attualmente al potere. Ma usavano dei piccoli «accorgimenti» per mettere al riparo almeno l’etichetta. Il trucchetto più famoso era quello del cosiddetto «ammortizzatore». Praticamente, la vittima della congiura non veniva mai sostituita direttamente dal congiuratore. Il governo passava preliminarmente per le mani di qualche figura neutra in grado di evitare occhiate di ghiaccio e imbarazzi. Basti pensare alla «staffetta» più nota della Prima Repubblica, quella tra Bettino Craxi e Ciriaco De Mita. Quando il segretario irpino della Dc fece di tutto per detronizzare il leader socialista, non fu egli stesso a prenderne direttamente il posto, ma si passò per i due interregni di Fanfani e Goria. Accorgimento che, però, non bastò a Bettino che, pur stimando Fanfani, disertò il passaggio di consegne mandandoci Giuliano Amato.

La tattica dell’ammortizzatore fu utilizzata anche nel 1968, quando Aldo Moro fu «eliminato» - politicamente parlando - ma a sostituirlo non fu l’ispiratore dell’operazione, Mariano Rumor, bensì Giovanni Leone. Una pratica talmente antica da risalire addirittura ai primi anni della Repubblica, quando De Gasperi fu sacrificato per volere di Fanfani ma al suo posto, dopo la rinuncia del debole Piccioni, Einaudi scelse - senza nemmeno passare per le consultazioni - l’allora ministro dell’economia Giuseppe Pella.

In quel modo i passaggi di consegne diventavano sostanzialmente delle formalità senza particolare suspense. Motivi di etichetta. Motivi di stile, si potrebbe dire oggi con un pizzico di rimpianto. Altri tempi, altri democristiani.

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