Berlusconi, l’imprenditore che ha cambiato l’Italia

A vent’anni esatti dall’esordio politico di Silvio Berlusconi, con lo storico messaggio tv sull’Italia «il Paese che amo», e a otto giorni dalla «profonda sintonia» con lui annunciata dal nuovo segretario del Pd Matteo Renzi su legge elettorale e riforme istituzionali, dovrebbe essere chiaro anche agli avversari più sprovveduti, fuori e dentro i tribunali, che i conti con il Cavaliere sono ben lontani dalla chiusura. E ciò a dispetto della pervicacia con la quale si è cercato di ripetere nei suoi riguardi i metodi dell’aggressione giudiziaria adottati con successo vent’anni fa contro Bettino Craxi. A 77 anni compiuti il 29 settembre, quando un politico viene immaginato in disarmo biologico, Berlusconi è sorprendentemente alle prese ancora con il vecchio e popolarissimo gioco televisivo del compianto e suo amico Mike Bongiorno: «Lascia o raddoppia?». E ha raddoppiato rispondendo all’invito di Renzi a concorrere alla riforma di un sistema istituzionale troppo a lungo scambiato dalla sinistra per «il più bello del mondo». Tanto bello da averlo preferito nel 2006, in una campagna referendaria guidata con bolsa retorica da Scalfaro, alla riforma varata in Parlamento da Berlusconi. Una riforma sul cui tracciato in qualche modo torna quella rimessa in cantiere da Renzi: i problemi sono sempre più forti di chi cerca di rimuoverli negandone l’esistenza. Cosa consente a Berlusconi di raddoppiare la sua partita e di non fare «la fine di Craxi» preconizzatagli dagli avversari, specie dopo la condanna definitiva per frode fiscale, nella scorsa estate, e la successiva, forzata espulsione dal Senato, in applicazione odiosamente retroattiva di una legge dalla dubbia compatibilità con la Costituzione, e a scrutinio non meno odiosamente palese? Sicuramente la dabbenaggine dei suoi avversari, incapaci di capire che il troppo stroppia. Appartiene al troppo che stroppia anche il nuovo procedimento per corruzione di testimoni avviato per «atto dovuto» dalla Procura di Milano dopo una condanna di primo grado per prostituzione minorile: una condanna cioè suscettibile di essere smentita nei gradi successivi. Un atto dovuto, sì, ma solo alla irrazionalità di un sistema giudiziario di cui si dovrebbe arrossire di vergogna. Ma, oltre alla dabbenaggine dei suoi avversari, ha contribuito al sorprendente raddoppio di Berlusconi la forza del suo consenso elettorale, mancato a Craxi vent’anni fa e rivelatosi invece per il Cavaliere sempre inversamente proporzionale a quello di chi nel campo moderato ha ripetutamente tentato di contenderglielo: prima Pier Ferdinando Casini, poi Gianfranco Fini, infine Mario Monti. Al quale ultimo rischia di unirsi con il suo Nuovo Centrodestra Angelino Alfano, i cui rapporti però con Berlusconi potrebbero rivelarsi meno compromessi delle attuali apparenze, per tornare ad essere quelli tra «cugini» ottimisticamente o avvedutamente preconizzati dallo stesso Berlusconi nel momento della separazione. La stessa decisione di mettersi in politica fu presa dal Cavaliere a cavallo tra il 1993 e il 1994 nella consapevolezza di potere disporre di un consenso di cui invece alcuni dei suoi amici più stretti dubitavano, nonostante i sondaggi che lui aveva commissionato. «Tu ci credi?» mi chiedeva a Milano negli uffici della Fininvest Fedele Confalonieri nei giorni in cui Berlusconi maturava la decisione di fondare FI. E mentre falliva l’unica operazione che avrebbe potuto trattenerlo da quel passo: un’intesa elettorale fra la Lega di Umberto Bossi, Mario Segni e il Partito Popolare-ex Dc di Mino Martinazzoli. Vinte le elezioni del 27 marzo 1994 con un’alleanza a suo modo acrobatica, al Nord con la Lega e al Centro-Sud con il Msi, e insediatosi a Palazzo Chigi tra i mal di pancia per niente nascosti dell’allora presidente della Repubblica Scalfaro, che si era spinto a consegnargli con il decreto di nomina una lettera assai strana d’indirizzo politico e programmatico, Berlusconi sembrò politicamente finito già dopo pochi mesi. Era indagato a Milano da una Procura dove il sostituto Antonio Di Pietro si era proposto di «sfasciarlo», ed era stato abbandonato in Parlamento da Bossi. Ma lo attendevano solo cinque anni e mezzo di opposizione: il tempo necessario per recuperare ostinatamente l’alleanza con la Lega, vincere le elezioni nel 2001 e tornare a Palazzo Chigi per rimanervi sino al 2006. E tornarvi ancora nel 2008, dopo un secondo e definitivo naufragio di Romano Prodi alla guida di un governo tanto enfatico nei propositi quanto confuso nella gestione e povero di risultati. Il ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi nel 2008 fece impazzire d’invidia politica il suo principale partner politico, Fini, di paura i suoi avversari di sinistra e di rabbia i suoi infaticabili giustizieri. Ma neppure questa miscela esplosiva di elementi, neppure i suoi indubbi errori o le sue indubbie debolezze, sopra e sotto le lenzuola, scambiate sbrigativamente e costosamente per reati, con dispiegamenti eccezionali di uomini e mezzi giudiziari, sarebbero riusciti a far saltare nell’autunno del 2011 il quarto governo Berlusconi se non fosse sopraggiunta una crisi economica e finanziaria di dimensioni internazionali. All’ombra della quale riuscirono a intrecciarsi speculazione finanziaria e speculazione politica, condite per giunta di processi vecchi e nuovi di così scarsa credibilità che ancora oggi, dopo la mancata vittoria nelle elezioni dell’anno scorso, l’inutile tentativo di mandare al Quirinale il solito Prodi, la già ricordata condanna definitiva per frode fiscale, la decadenza dal Senato, il prossimo passaggio per i «servizi sociali» e le nuove forme della sua cosiddetta agibilità politica, la sinistra nel frattempo finita sotto la guida di Renzi è costretta dalla dura realtà delle cose ad accordarsi con lui: Berlusconi.