«Io, finto barbone a Roma vi racconto i nuovi poveri»
Mi sono lasciato crescere la barba incolta. Ho indossato un vecchio cappellino, jeans vecchi e strappati, una giacca di renna in condizioni pietose. Ho vissuto per cinque giorni, mattina e sera, con i «nuovi poveri» che sono molto più vicini a voi di quanto pensiate. Sono diventato quello che a Roma chiamano «barbone» o più elegantemente «clochard». Ho mangiato con loro, mi sono riparato dal freddo, ho condiviso cartoni, coperte emozioni e paure. Per capire davvero chi sono questi «nuovi poveri», c’è un posto nella Capitale che pochi conoscono ma in tanti frequentano: la mensa della Caritas. È lì che sono andato. E li ho trovati. Ci sono gli svitati, i senza patria. Ma ci sono soprattutto uomini e donne comuni che a differenza vostra che leggete Il Tempo, hanno perso tutto o gran parte di esso. Gente normale che fino a poco fa aveva un lavoro, una famiglia, una casa. Persone che la crisi ha precipitato nell’indigenza. Ci sono gli anziani, senza una casa di proprietà o che hanno subito un incidente. Ci sono i cinquantenni ridotti sul lastrico da una separazione costretti a mangiare in mensa, si sciacquano nei bagni dei bar, e tornano al lavoro dopo la pausa pranzo. E’ un mondo incredibile. Impensabile. Irraccontabile se non si ha la fortuna, perché di fortuna si tratta, di far amicizia e condividere i loro affanni. Il nostro viaggio inizia di lunedì e va avanti cinque giorni si seguito. Giorno e notte, ma per le storie di ognuno l’appuntamento è in fila col vassoio, un posto in comune al tavolo, le pietanze buone cucinate da questi angeli di uomini per bene. La giornata tipo è uguale tutti i giorni. Due le mete obbligate: la mensa diurna, vicino a Colle Oppio, e quella notturna, provvista di ostello, in via Casilina. La vecchia sede di via Marsala, attaccata alla stazione Termini, è in ristrutturazione. E così che scopri che Colle Oppio non è solo il giardino che custodisce la memoria tempi che furono, la Domus Aurea o le terme di Traiano. Il parco è un accampamento a cielo aperto dove dimorano immigrati e rifugiati, tra cartoni e valigie,e materassi e immondizia. A pochi metri, in via delle Sette Sale, c’è la mensa diurna della Caritas. Eccomi allora tra loro, tra i poveri. Attendo le 11.30 - l’orario del pranzo - e mi metto in fila. Siamo una trentina. Entro in un piccolo cortile e mi imbatto in un volontario della Caritas che mi chiede un documento per la registrazione. Glielo dò, dopo poco torna con un foglietto, con sopra il mio nome valido per un pranzo e una cena. Il tempo di un «buon appetito» e sono dentro, con un vassoio in mano a scegliere cosa mangerò. Penne con ricotta, per secondo daino e ceci. E un’arancia. «Oggi è una giornata da dimenticare, cazziatoni al lavoro e mia moglie nemmeno mi fa vedere mia figlia» borbotta chi ho davanti. Nella grande sala cerco un tavolo dove sedermi, si parla italiano, con accenti confusi. Molti immigrati, per lo più suddivisi in base alla regione di provenienza. E’ la riproduzione in piccolo di un planisfero etnico-geografico. Intercetto qualche discorso, l’ambiente è accogliente. Vitale, persino gioioso: tavoli e sedie colorate, calendari di Giovanni Paolo II, disegni affissi sui muri. C’è anche l’immancabile Alberto Sordi in foto con spaghetti. Il mondo, qua dentro, si divide in due categorie: gli habitué, i clochard che alla Caritas ci vanno da sempre, e coloro che mai avrebbero pensato di doverci finire. Occhi fissi sul piatto, mangiano in silenzio perché non sanno con chi parlare o perché provano vergogna. Finisco ed esco in cortile. Mi avvicino a un signore sulla settantina, ben vestito, sguardo basso, silenzioso. Si chiama Angelo, è nato a Caltanissetta, vive a Roma da trent’anni, e campa con 400 euro di pensione: «Io ci sono abituato alle mense - dice - da giovane lavoravo in una militare, giù in Sicilia. Poi sono venuto qui e ho fatto il muratore per tutta la vita. Ho lavorato tantissimo - dice mostrandomi le mani segnate dalla fatica- e adesso non posso nemmeno fare la spesa». Parlo con altri, identiche disavventure dalla vita. Alle sei di sera sono in via Casilina, sede della mensa notturna e dell’ostello della Caritas, intitolato a Don Luigi Di Liegro. Stessa situazione, stesse facce, stessi nuovi poveri. Solo più numerosi. Si ricomincia: registrazione, cortile d’ingresso, fila e cena. L’offerta di cibo stavolta è più ampia: pasta al pomodoro o minestra calda, bastoncini di pesce o agnello con fagioli, per la frutta c’è scelta. «Non ho più niente, ogni giorno credo sia l’ultimo» mi confida l’ultimo amico, romano de Roma. Ha gli occhi lucidi ma lo sguardo fiero. La sala mensa è più grande, come più grande è la varietà delle storie che portano sul volto i presenti. C’è Antonio, che non lavora più da anni, separato e con due figli. Fino a qualche tempo fa viveva dalla sorella, oggi per la strada. Mangia spesso alla Caritas e fa la spesa per la famiglia all’Emporio della Solidarietà: «Ormai te devi arampica’ sugli specchi se vuoi campa’», dice ridendo amaro. Anche Armando, 59 anni, si serve della stessa immagine, quella cioè dell’impossibile scalata: «Non ce la faccio più ad arrampicarmi sugli specchi. Lavoravo con gli anziani ma ora sono disoccupato da tre anni. Da poco ho smesso pure di cercarlo, il lavoro. Tanto alla mia età è inutile». Gli chiedo se ha un’idea su come rilanciare la sua vita. La sua risposta mi sorprende: «Io a sessant’anni voglio andarmene dall’Italia. All’estero è meglio». Poco più in là c’è ancora Giuseppe, nato a Torre del Greco, due anni fa un incidente in cantiere e poi un diabete diagnosticato: «Io sono solo. Una casa non ce l’ho, la pensione manco. Sono pure divorziato. Senza lavoro come faccio? Devo fare il ladro...», dice mentre si allontana e non capiamo se la frase si conclude con un punto interrogativo o esclamativo. Brevi conversazioni, interloquire lapidario, perché qui pochi hanno voglia di parlare dei propri problemi. La cena è finita. Busso allo sportello dell’ostello per cercare un letto dove dormire, qui che ci sono 188 posti suddivisi tra uomini e donne in stanze da quattro. C’è anche la lavanderia, lo spaccio vestiti, la parrucchiera: un lusso. E infatti è tutto pieno fino a dopodomani. Mi consigliano di attendere comunque fino alle 21 per un posto last-minute, magari qualcuno non si presenta. E infatti ci sono due defezioni. Ma anche qui c’è la fila, anche per un posto di fortuna all’ultimo secondo. I due posti se li aggiudicano un anziano e una donna appoggiata a due stampelle. Perché qui non importa chi è arrivato prima allo sportello, ma chi è ultimo nella speciale coda della fortuna. Giusto così. Vado via, mentre nel cortile chi non può fare lo stesso resta a parlare di calcio e di telefonini, a litigare ubriaco con i propri fantasmi oppure a suonare con la chitarra Time dei Pink Floyd. Resterei ad ascoltarli ancora un po’, loro, i poveri. Ma non posso. Non ci riesco. Ogni giorno è così, sempre uguale, sempre più alla fame e alla disperazione.