«Benvenuti a casa Angiolillo Via le amanti, avanti i politici»

Chi a Roma non ha mai ammesso un'amante in casa sua è stata Maria Angiolillo. Mogli sempre, amanti mai. Anche quando l'unione era stata ufficializzata, anche quando tutti sapevano tutto e frequentavano normalmente la coppia. Mai. Ci fu, a mia memoria, una sola, tormentatissima eccezione. Un industriale molto importante viveva con una splendida donna: la vicenda non faceva più notizia, tanto era nota. Chiese più volte di farsi accompagnare da lei a una delle cene che riunivano ogni mese trentasei ospiti in tre tavoli da dodici, e Maria diceva sempre di no. Una sera l'incantesimo si ruppe. Prima che a qualcuno di noi venisse in mente di chiedere spiegazioni (e certo non l'avremmo fatto, era casa sua), lei andò da ciascun invitato e sottovoce gli disse: «Mi ha giurato che la sposa...». Nella casa della Angiolillo a Trinità dei Monti è passato tutto il potere politico e finanziario della Prima e della SecondaRepubblica. In quelle sale si sono fatti e disfatti governi, con-clusi e mandati a monte grandi affari, nominati direttori di importanti giornali: era il terreno neutro in cui uomini chiave della politica, schierati su fronti opposti, si scambiavano opinioni e pareri altrove impossibili. Lì, per esempio, nel novembre 1995 Massimo D'Alema e Gianni Letta - davanti a una terrinede esturgeon fumé accompagnata da una buonissima annata di Chambertin Louis Latour - ipotizzarono, come alternativa alle elezioni anticipate, la nascita di un governo di «larghe intese» presieduto da AntonioMaccanico. Gli inviti di Maria, preceduti da una telefonata e poi da lei scritti a mano «per memoria», arrivavano tramite un fattorino. In calce, l'annotazione: abito scuro per gli uomini, corto per le donne, per evitare che qualcuno/qualcuna si presentasse in abito da sera. Se la Prima Repubblica è passata in parte tra quelle auguste mura, la Seconda c'è entrata tutta. Berlusconi è stato tra i frequentatori più radi, ma nel carnet di Maria c'erano Walter Veltroni e Fausto Bertinotti, Lamberto Dini nella doppia veste di uomo di centrodestra e di centrosinistra, e Gianfranco Fini, sdoganato anche qui. Perfino Umberto Bossi, così alieno dall'indossare un vestito decente, entrò nel villino Giulia, rassicurato da Giulio Tremonti. (Una sera tirammo tardi dietro i suoi racconti. Ero stanchissimo e non mi perdonerò mai di essermi addormentato sul più bello: il Senatùr me lo ha rinfacciato per anni.) La puntualità era di rigore. Guai ad arrivare in ritardo rispetto all'orario - peraltro molto romano - della cena, fissata alle 21.15. In realtà, la gran parte degli ospiti bussava molto prima per incontrarsi e conversare. Maria accompagnava ogni nuovo arrivato a salutare gli altri. (Il solo abilitato a presentarsi a qualsiasi ora - in genere, quando veniva servito il secondo piatto - era Gianni Letta, che a villino Giulia era di casa.) Alle 21.30 si andava a tavola. Se qualcuno tardava, Maria entrava in grandissima agitazione. E si può star sicuri che il ritardatario non sarebbe stato più invitato. I menu erano stampati in francese, secondo l'uso diplomatico di un tempo. Francesizzante la cucina, rigorosamente francesi i vini, sempre di grandissima classe. Uno Château d'Yquem concludeva il pasto. (Una sola volta chiesi, eccezionalmente, che al posto dello champagne Louis Roederer fosse servita la Riserva del Fondatore Giulio Ferrari, che le avevo fatto spedire da Gino Lunelli.) La cena finiva alle 23, in tempo per consentire a chi era arrivato da Milano o da Torino con un volo privato di rientrare prima della chiusura di Ciampino. Alle sue cene c'era sempre qualche new entry del mondo politico o industriale, ma spesso anche qualche giovane giornalista o imprenditore poco conosciuto: Maria adorava fare la talent scout. (Lo dichiarava con frasi più eleganti di quelle di KatharineGraham, la mitica editrice del «Washington Post», che intimava: «Voglio sangue fresco!».) Non la impressionava né la ricchezza né lo status dei suoi ospiti: «Il potere mi intriga» disse un giorno «ma lo guardo con distacco perché so che niente è duraturo, e allora non mi faccio coinvolgere troppo. Tanto, tutto finisce». I vecchi amici non venivano mai abbandonati da lei. Ho frequentato il villino Giulia per circa vent'anni. Credo di esservi entrato da direttore del Tg1 e non ne sono mai uscito. Quando mi dimisi e piombai, sia pur brevemente, nell'anonimato, Maria non mi trascurò, come ha fatto del resto con tutti gli amici nei momenti di difficoltà. Era una donna straordinariamente generosa e aiutava tanta povera gente. Gli ospiti, salvo qualche eccezione, ruotavano: oltre a politici e imprenditori, c'erano direttori di giornale e commentatori influenti. La riservatezza era d'obbligo. Per decenni, fuori dell'uscio del villino Giulia non si è visto un fotografo. La sera in cui incrociai Umberto Pizzi, il bravissimo reporter che allora lavorava per Dagospia, restai interdetto. Qualcuno aveva parlato e, da allora, avrebbe parlato sempre. Maria ne fu sconvolta. Non le ho mai confidato i miei sospetti (anzi, le mie certezze) sulle due o tre «gole profonde» per non addolorarla, ma c'è da giurare che le foto sui giornali non le facessero piacere. Pochi hanno resistito alla lusinga di un suo invito. Craxi, certamente. Di Prodi si racconta che, una volta, abbia sbagliato giorno e si sia trovato davanti alla signora in vestaglia. Per lei vale ciò che in America si disse per Katharine Graham: «Nessuno conta se non è passato nel suo salotto». «Kay» aveva in comune con Maria il fatto di essere stata incoronata regina delle grandi pubbliche relazioni alla morte del marito, che si sparò un colpo di rivoltella dopo averla tradita, insultata, umiliata. Lei era la figlia (brutta) del proprietario del suo giornale, lui un giovane affascinante giornalista («Perché hanno fatto Kennedy presidente, visto che io sono più bello, più sveglio e ho più successo con le donne?»). Il loro rapporto con il potere e con l'establishment era assai superiore a quello che si respirava nel salotto Angiolillo, ma negli Stati Uniti nessuno se ne scandalizzava, mentre da noi chi entrava al villino Giulia veniva giudicato spesso con arricciate di naso, per usare un eufemismo. Maria se n'è andata all'improvviso il 13 ottobre 2009. Quando passai a salutarla - elegantissima anche da morta - vidi sul comodino il libriccino su cui annotava gli inviti e una penna: stava già programmando con due mesi di anticipo le due cene di Natale. Credo che se fosse dipeso da lei, non avrebbe potuto fare scelta migliore che volarsene via in un soffio. Era l'ultima grande signora di un mondo scomparso. Sopravvivergli le avrebbe procurato solo enormi dolori. Come l'immaginare la sua casa vuota di ogni arredo: un drammatico monumento all'oblio. Per fortuna, alcuni amici ne hanno comprato i pezzi migliori in una formidabile asta da Christie's a Londra. Così Maria è rimasta con loro. E anche con me, visto che Gaby Bassatne, sua e mia generosa amica londinese, ha avuto la straordinaria cortesia di trasmettermi un ricordo per il mio scrittoio.