Governo incerto sull’Iva Fischi da Confcommercio
Sono arrivati i primi fischi per il governo Letta. L’occasione è stata ieri l’assemblea annuale di Confcommercio. I «Buu» sono stati forse ingiusti nei confronti del ministro dello Sviluppo Economico, Flavio Zanonato, uno tra i più attivi della compagine governativa. Il dissenso però non è stato espresso nei suoi confronti, ma di una politica del governo incerta e tentennante. In 40 giorni le larghe intese hanno sì rassicurato i mercati e rasserenato gli animi. Ma hanno prodotto ben poco in termini pratici: solo lo spostamento della prima rata dell’Imu e poco altro. Troppo poco, visto che l’unico atto significativo per le imprese è stato il decreto per pagare i debiti della Pa, un toccasana in grado di rimettere in circolo liquidità ma ancora frenato da un iter complesso. Così ieri il governo ha scoperto in parte la sua debolezza. Il presidente dell’associazione di piazza Gioacchino Belli, Carlo Sangalli, ha chiesto all’esecutivo di «agire con tempestività e in profondità per far fronte alle emergenze del Paese. La priorità delle priorità è scongiurare l’ulteriore aumento dell’Iva di un punto. Sarebbe come gettare della benzina sul fuoco della recessione» ha avvertito Sangalli. Una richiesta legittima. Solo che dopo la rassicurazione del ministro del Tesoro Fabrizio Saccomanni: «Manterremo gli impegni che abbiamo preso sia sul fronte dell’Iva sia dell’Imu, ma vogliamo evitare di cadere nell’ottica di dover ogni giorno introdurre una misura nuova» il ministro Zanonato nella sua onesta franchezza ha ammesso che i margini per evitare l’aggravio Iva sono molto labili. «Dire che non aumenteremo l’Iva non lo posso fare». Un frase che ha scatenato la contestazione della platea dell’assemblea. Proteste veementi tanto che, per sedare la contestazione, è dovuto intervenire lo stesso Sangalli che si è alzato per placare i contestatori. Zanonato è rimasto in silenzio e poi ha ripreso il discorso: «Dai, forza che continuo il mio intervento, spiegamoci su queste cose. La volontà di farlo resta, è forte, ma non posso dirvi che siamo in grado di farlo. Se sospendiamo fino al prossimo anno dobbiamo trovare due miliardi tagliando spese o con nuove entrate. È una decisione che ha preso il governo precedente». Gli applausi sono tornati quando il responsabile del dicastero di Via Veneto ha detto, a proposito dell’Imu, che aè paradossale che venga applicata l’imposta agli immobili strumentali». Pace fatta. Almeno con la platea. Ma il segnale dell’insofferenza verso la percezione del «non fare» da parte dell’esecutivo è ormai palpabile. Le ragioni dell’inazione sono sempre le stesse: la cassa dello Stato che non dà segni di vitalità. Il margine di flessibilità concesso dall’Europa per accendere altro debito per pagare i fornitori dello Stato è stato azzerato. A via XX settembre danno Saccomanni molto inquieto in attesa dei risultati dei versamenti fiscali del 17 giugno, slittati all’8 luglio. È il momento più ricco per il Tesoro che riscuote il gettito Irpef e Ires. Persone e imprese versano il saldo del 2012 e gli acconti per il 2013. Ebbene le sensazioni tra gli operatori non sono ottimistiche. Tra i commercialisti alle prese con le dichiarazioni, la stima a spanne, è di circa un -20% di versato rispetto allo scorso anno. Una debacle che può infliggere un colpo quasi mortale alle ambizioni di Letta e dei suoi ministri economici. Non solo si rischia di non poter finanziare lo stop al punto di Iva ma nella peggiore delle ipotesi pende sul Tesoro il rischio di una manovra di aggiustamento. Anche perché ci sono una serie di impegni presi dal governo Monti coperti con misure che non hanno portato il gettito sperato. Sul calo dell’incasso fiscale pesano le strategie delle imprese italiane. Alcune hanno chiuso. Altre hanno esportato e delocalizzato e tengono i fondi nelle contabilità estere senza passare per le forche caudine del fisco italiano. Molte imprese emiliane e della dorsale adriatica, causa terremoto, si sono spostate all’estero, lasciando il pil fuori dai confini nazionali. L’austerity e il rigore imposto dai diiktat tedeschi eseguiti da Monti hanno convinto molti a mollare la presa. Risultato: sperare in incassi corposi è una scommessa. Ad anticipare i dati non esaltanti del gettito è stata martedì scorso il direttore del dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia, Fabrizia Lapecorella: «Dallo scorso anno il gettito Iva precipita in maniera indecorosa. In particolare crolla nel settore auto e nelle costruzioni». Mala tempora currunt dunque per il fisco. Non solo. L’arrivo del nuovo Ragioniere generale dello Stato (Rgs), Daniele Franco, di estrazione Bankitalia, non ha ancora dato gli effetti sperati sulla «pulizia» del bilancio. Ovvero sulla ricerca, nelle sue pieghe, di fondi che pesano in termini di impegni ma che languono in attesa di essere utilizzati per qualche progetto. L’uscita dell’ex, Mario Canzio, ha lasciato qualche ferita nelle stanze della Rgs, il suo accompagnamento all’uscita con modi spicci ha creato malumori nelle truppe che lo coadiuvavano. L’arrivo di Franco è stato vissuto come un’imposizione e l’alta burocrazia ha reagito chiudendosi a riccio. Alla richiesta di vedere le carte e i conti, faldoni e tabulati si sono accatastati sulla scrivania del Ragioniere Generale dello Stato, senza indicazioni per dipanare la ragnatela di numeri. Il risultato è che, per ora, il loro studio non porta ricette e soluzioni. Le uniche, drastiche, che resterenno nella peggiore delle ipotesi sarà una nuova raffica di tasse sugli italiani o l’uscita dall’euro. O farvi uscire la sola Germania.