Il Pdl tradito dai sondaggi: «Ci davano vicini al Pd ovunque»
Tutta colpa dei sondaggi. Fino all’apertura delle urne il Pdl era relativamente tranquillo, convinto che queste amministrative non sarebbero andate male. Lo dicevano i numeri sfornati nelle settimane che hanno preceduto il voto: nei bollettini degli istituti di ricerca il centrodestra era dato ovunque – nei 16 capoluoghi di provincia - a un’incollatura dal Partito Democratico. E in cinque delle sei città governate dal centrodestra – Brescia, Viterbo, Imperia, Iglesias e Treviso – addirittura in vantaggio. Per questo man mano che lunedì dai seggi sono arrivati i risultati veri nei comitati elettorali è iniziata a salire la preoccupazione. E la sorpresa. Amara, amarissima, visto come poi è andata a finire: nessuna vittoria al primo turno, e distanze non facili da recuperare in tutte le città dove si andrà al ballottaggio. E questo spiega anche l’irritazione di Silvio Berlusconi che quei sondaggi aveva visto e che per questo si era tranquillizzato sul possibile esito del voto. Così ancora ieri, nei comitati elettorali, e specialmente in quello di Gianni Alemanno, si è continuato a lavorare anche per capire dove si è sbagliato, quale è stato l’errore che ha fatto saltare tutti i pronostici. E sotto accusa è finito l’astensionismo. Effettivamente mai così alto. «I sondaggi sono tarati per una affluenza attorno al 70, 75% – spiega Barbara Saltamartini, deputata Pdl cooptata nella campagna elettorale del sindaco di Roma – Quando il dato crolla non sono più attendibili. E ne ho avuto la conferma parlando con alcuni colleghi del Pd, anche loro avevano gli stessi numeri che avevamo noi». Numeri che dicevano che nella Capitale lo scarto con Ignazio Marino era nel migliore dei casi dello 0,50% e nel peggiore dell’1,50%. Ma che garantivano anche che ad Avellino, ad esempio, la distanza era ridotta, così come a Sondrio, a Barletta o ad Ancona. Invece il voto reale ha spazzato e spiazzato tutto e tutti. Ora l’ordine, per tutti, è di recuperare gli astenuti, portare più gente possibile a votare. «La colpa di questa disaffezione? – ragiona ancora Barabara Saltamartini – Probabilmente anche il fatto che si è tornati a votare dopo nemmeno due mesi dalle elezioni politiche. Avevamo ragione a dire che ci voleva l’election day. E poi, parlo per Roma, il fatto che Ignazio Marino ha addormentato la campagna elettorale, si è sempre sottratto al confronto. La gente non ha percepito questo voto come una sfida tra noi e loro. E ora dobbiamo incalzarlo per portarlo a un faccia a faccia con Alemanno, non può scappare ancora». Berlusconi resta comunque convinto che il risultato elettorale non debba assolutamente interferire con il lavoro del governo. Anzi, l’esecutivo può dare una mano proprio ai partiti facendo riforme concrete che possano ricucire la distanza tra la politica e i cittadini. Insomma si va avanti senza scossoni anche se i ballottaggi, tra due settimane, dovessero consegnare un risultato non esaltante. Ma le tensioni, per Berlusconi, arrivano anche da altri fronti. Come quella della riforma delle legge elettorale. Il sospetto nel Pdl è che il Pd voglia prendere tempo per arrivare a ottobre e far intervenire la Consulta. Che non potrà fare altro che dichiarare incostituzionale l’attuale sistema. E a quel punto invece delle piccole modifiche che vorrebbe il Cavaliere si potrebbe far strada l’idea di tornare al Mattarellum. Ma la tensione nel Pdl è alta anche perché i «falchi» non sono affatto soddisfatti del diktat di Alfano e delle colombe di tenere toni bassi e non intervenire nelle polemiche. Ieri mattina, nella riunione dei gruppi parlamentari – alla quale Berlusconi non ha partecipato – ci sono state accuse pesanti da parte dei fedelissimi del Cavaliere. Perché mai – è stato ad esempio il ragionamento di Renata Polverini – noi dobbiamo essere vincolati al silenzio, mentre quelli del Pd possono dire quel che vogliono e attaccarci? E perché il viceministro Fassina può dire qualsiasi cosa e noi dobbiamo stare zitti, ha ribadito Alessandra Mussolini. Berlusconi, nel frattempo, continua a tacere. E ad appoggiare le colombe di Alfano e Gianni Letta.