Sinistra ostaggio della «cultura» Sinistra ostaggio della «cultura»
di Ruggero Guarini Quella che in questi giorni è venuta alla luce non è soltanto, come credono molti democrat, una crisi del Pd. E nemmeno, come gridano i grillini e i loro fan, una crisi della politica. È una crisi della Sinistra. Di tutta la nostra Sinistra. E per misurarne la gravità basta limitarsi a constatare che questa sua sconfitta sul fronte delle elezioni presidenziali rivela che oggi essa è assolutamente incapace di onorare uno qualsiasi dei tanti "valori" di cui si è sempre vantata di essere la maggiore e forse unica depositaria: coerenza, serietà, senso dell’unità, senso dell’interesse nazionale, rigore, saggezza, responsabilità e così via declamando. Di tutte queste virtù, da lei abitualmente sbandierate come sue qualità esclusive, in questi giorni la nostra sinistra ha fatto un solo falò. Quale inattesa dimostrazione di misura, prudenza e compattezza, insomma di maturità politica, ha invece dato, contestualmente, quel centro-destra in cui proprio ieri, la sinistra, ha sempre visto la causa di ogni disordine, divisione e dilettantismo! Lo spettacolo è così sorprendente che è inevitabile chiedersi quale demone maligno possa averla costretta a dare una prova così mortificante dell’abisso che si è ormai spalancato tra il suo tradizionale, smisurato orgoglio e i disastrosissimi effetti delle sue ultime scelte politiche. La parola agli esperti in demonologia. Arrischierò comunque una risposta. La causa principale di questa disfatta della sinistra non è la caparbietà e l’insipienza dei suoi gruppi dirigenti, che accecati dall’odio per l’Arcinemico di Arcore hanno considerato un’inammissibile infamia l’idea stessa di poter tentare l’unica possibile via d’uscita mediante un accordo con l’unica forza che avrebbe potuto salvarli: il Partito della Libertà. E non è nemmeno il fanatismo di una base che, essendo stata indotta da vent’anni a coltivare quell’odio come la sua principale passione politica, se non addirittura come un irrinunciabile vessillo identitario, non può non aver contribuito potentemente a impedire ai suoi capi anche il più cauto tentativo di superare la crisi imboccando una strada diversa. Queste sono, indubbiamente, evidenze inoppugnabili. Ma sotto o dietro queste evidenze c’è l’influsso di un fattore decisivo: il fattore culturale. La vera e massima centrale propulsiva di quel furore antiberlusconiano che è da vent’anni il maggiore attributo della nostra sinistra è infatti proprio il “fattore C”, ossia quel “partito della cultura” che fu individuato dal grande Augusto Del Noce come il più serio ostacolo allo sviluppo in senso liberale della nostra democrazia, e che oggi, com’è noto, ha il suo principale strumento nel gruppo editoriale che pubblica Repubbblica e l’Espresso. Si deve dunque principalmente all’influenza di questo gruppo se il pregiudizio antiberlusconiano è diverntato da un pezzo un ingrediente essenziale di ogni forma di ciò che nel nostro paese va sotto il nome, appunto, di "cultura". Letteratura, teatro, cinema, arte, filosofia, storiografia, giornalismo, insegnamento, televisione, canzone: non c’è settore dell’attività intellettuale in cui oggi non alligni quel nefasto pregiudizio che identifica la cultura di sinistra con la cultura come tale. Affermare che proprio il mondo della cultura, che si vorrebbe per definizione ostile al pregiudizio, sia stato il massimo fomentatore di quello che è certamente uno dei pregiudizi più perniciosi del nostro tempo, può sembrare un paradosso inesplicabile. Invece si tratta di un fenomeno che costituisce un aspetto essenziale della civiltà di massa. E che produce effetti funesti da tempo immemorabile. È infatti da almeno due secoli e rotti che il mondo della cultura non solo non riesce a prevedere e scongiurare i più gravi errori e orrori socio-politici ma spesso riesce persino a incoraggiarli. Quesito conclusivo: riuscirà mai la nostra Sinistra a smettere di lasciarsi dettare la linea politica dal demi-monde della cultura e dell’arte? di Ruggero Guarini Quella che in questi giorni è venuta alla luce non è soltanto, come credono molti democrat, una crisi del Pd. E nemmeno, come gridano i grillini e i loro fan, una crisi della politica. È una crisi della Sinistra. Di tutta la nostra Sinistra. E per misurarne la gravità basta limitarsi a constatare che questa sua sconfitta sul fronte delle elezioni presidenziali rivela che oggi essa è assolutamente incapace di onorare uno qualsiasi dei tanti "valori" di cui si è sempre vantata di essere la maggiore e forse unica depositaria: coerenza, serietà, senso dell’unità, senso dell’interesse nazionale, rigore, saggezza, responsabilità e così via declamando. Di tutte queste virtù, da lei abitualmente sbandierate come sue qualità esclusive, in questi giorni la nostra sinistra ha fatto un solo falò. Quale inattesa dimostrazione di misura, prudenza e compattezza, insomma di maturità politica, ha invece dato, contestualmente, quel centro-destra in cui proprio ieri, la sinistra, ha sempre visto la causa di ogni disordine, divisione e dilettantismo! Lo spettacolo è così sorprendente che è inevitabile chiedersi quale demone maligno possa averla costretta a dare una prova così mortificante dell’abisso che si è ormai spalancato tra il suo tradizionale, smisurato orgoglio e i disastrosissimi effetti delle sue ultime scelte politiche. La parola agli esperti in demonologia. Arrischierò comunque una risposta. La causa principale di questa disfatta della sinistra non è la caparbietà e l’insipienza dei suoi gruppi dirigenti, che accecati dall’odio per l’Arcinemico di Arcore hanno considerato un’inammissibile infamia l’idea stessa di poter tentare l’unica possibile via d’uscita mediante un accordo con l’unica forza che avrebbe potuto salvarli: il Partito della Libertà. E non è nemmeno il fanatismo di una base che, essendo stata indotta da vent’anni a coltivare quell’odio come la sua principale passione politica, se non addirittura come un irrinunciabile vessillo identitario, non può non aver contribuito potentemente a impedire ai suoi capi anche il più cauto tentativo di superare la crisi imboccando una strada diversa. Queste sono, indubbiamente, evidenze inoppugnabili. Ma sotto o dietro queste evidenze c’è l’influsso di un fattore decisivo: il fattore culturale. La vera e massima centrale propulsiva di quel furore antiberlusconiano che è da vent’anni il maggiore attributo della nostra sinistra è infatti proprio il “fattore C”, ossia quel “partito della cultura” che fu individuato dal grande Augusto Del Noce come il più serio ostacolo allo sviluppo in senso liberale della nostra democrazia, e che oggi, com’è noto, ha il suo principale strumento nel gruppo editoriale che pubblica Repubbblica e l’Espresso. Si deve dunque principalmente all’influenza di questo gruppo se il pregiudizio antiberlusconiano è diverntato da un pezzo un ingrediente essenziale di ogni forma di ciò che nel nostro paese va sotto il nome, appunto, di "cultura". Letteratura, teatro, cinema, arte, filosofia, storiografia, giornalismo, insegnamento, televisione, canzone: non c’è settore dell’attività intellettuale in cui oggi non alligni quel nefasto pregiudizio che identifica la cultura di sinistra con la cultura come tale. Affermare che proprio il mondo della cultura, che si vorrebbe per definizione ostile al pregiudizio, sia stato il massimo fomentatore di quello che è certamente uno dei pregiudizi più perniciosi del nostro tempo, può sembrare un paradosso inesplicabile. Invece si tratta di un fenomeno che costituisce un aspetto essenziale della civiltà di massa. E che produce effetti funesti da tempo immemorabile. È infatti da almeno due secoli e rotti che il mondo della cultura non solo non riesce a prevedere e scongiurare i più gravi errori e orrori socio-politici ma spesso riesce persino a incoraggiarli. Quesito conclusivo: riuscirà mai la nostra Sinistra a smettere di lasciarsi dettare la linea politica dal demi-monde della cultura e dell’arte?